Ha le orecchie di un pellicano.

Avere un ottimo udito, come il pellicano, capace di percepire anche il più flebile pigolio dei suoi figlioletti.

Quest’uccello è anche simbolo di Cristo, perchè si dice che in caso di necessità è capace di strapparsi le carni con il becco per nutrire i suoi figli.

Nella Chiesa della SS.Trinità di Ponza, c’è un affresco  di un pellicano che imbecca i suoi pulcini dipinto da Pasquale Mancini.pellicano chiesaAggiornamento:

Ma recentemente siamo venuti a conoscenza di una diversa interpretazione del detto da parte di Raffaele Bracale, illustre e dotto studioso dell’idioma napoletano, che di seguito riportiamo:

TENÉ ‘E RRECCHIE ‘E PULICANO
Ad litteram:tenere le orecchie di pubblicano e ciò quantunque erroneamente ( come chiarirò di qui a poco) in un fraintendimento popolare, qualcuno pretenderebbe di tradurre: tenere le orecchie di pellicano. Chiarisco súbito che quest’ultima traduzione, checché ne dica il dr. Sergio Zazzera, non è né corretta né attendibile e ciò per due chiari motivi:
a) il pellicano (dal lat. tardo pelecanu(m), che è dal gr. pelekán –ânos) è un uccello nuotatore e pescatore dal becco enorme e fornito, nella parte inferiore, di un sacco per il deposito del cibo;à piume bianche, ali rosse e piedi palmati (ord. Pelecaniformi); nella tradizione iconografica e letteraria del medioevo, è simbolo di Cristo, perché si credeva nutrisse i propri piccoli con il suo stesso sangue, lacerandosi il petto con il becco; tale uccello è però comunque tanto sconosciuto alle latitudini partenopee che mai il popolo (quello che conia le espressioni idiomatiche…) avrebbe potuto prenderlo a riferimento in una espressione popolare;
b) non risulta in nessuna letteratura scientifica che il suddetto pellicano sia accreditato di avere udito finissimo da prendersi a modello.
c) è uccello che di solito, mi ripeto e preciso, non è presente alle nostre latitudini, ma vive negli Stati Uniti, Caraibi, Sudamerica, Isole Galapagos, Australia e basterebbe questo per escluderlo come riferimento di un’espressione popolare napoletana.
Torniamo alla espressione in epigrafe; essa locuzione dalla duplice valenza è usata vuoi per indicare chi sia dotato di udito finissimo ,

vuoi (piú spesso) per indicare coloro che stiano sempre, con l’orecchio teso attenti ad ascoltare ciò che accade a loro intorno, o per informarsi, oppure per non lasciarsi cogliere impreparati, comportandosi alla medesima stregua appunto degli antichi esattori pubblici:i pubblicani (dal lat. publicanu(m), deriv. di publicum ‘tesoro pubblico’) di cui pulicano è – a mio avviso – un derivato per sincope: (pu(b)licanu(m)→pulicanu(m)→pulicano; gli antichi pubblicani erano quelli che nell’antica Roma, prendevano in appalto la riscossione delle imposte pubbliche
(estens. non com.) gabelliere, doganiere | (spreg.) persona interessata, avida di guadagno; come esattori di tasse i pubblicani dovevano tener le orecchie tese, pronti ad ascoltar qualunque cosa venisse detta in giro sul conto di chiunque, per non lasciarsi sfuggire un eventuale contribuente, atteso che i pubblicani nel prendere in appalto la riscossione delle tasse versavano all’erario in anticipo tutto l’ammontare delle medesime tasse e poi dovevano affaccendarsi per recuperarle, maggiorandole del proprio utile, non lasciandosi sfuggire notizie su chi fosse tenuto a pagarle.A maggior supporto di ciò che vengo dicendo ricordo che come è del tutto improbabile che i napoletani conoscessero o abbiano conosciuto l’uccello pellicano estraneo alle latitudini partenopee, cosí è invece molto probabile che i napoletani (anche quegliantichissimi)abbiano conosciuto i pubblicani pubblici esattori romani, atteso che a far tempo dal 90 ed 89 a.C. Napoli fu municipio romano ed a Roma pagò i tributi. Successivante 1443 e ss. con l’entrata in Napoli di Alfonso d’Aragona (Napoli 1396 – † ivi 1458) ed inizio della dominazione aragonese, il posto dei pubblici esattori (pubblicani ) fu preso dagli arrendatori titolari dell’ arrendamento: nel Regno di Napoli, gabella o imposta la cui esazione era appaltata a privati; sia la voce arrendatore che ovviamente arrendamento son voci deverbali dello spagnolo arrendar ‘appaltare’.
Rebus sic stantibus è molto piú esatto, contrariamente a quanto gli sprovveduti (Zazzera compreso e non me ne voglia…) intendono, che l’espressione in epigrafe non vada intesa come tenere le orecchie del pellicano, ma come tenere le orecchie del pubblicano.
E ciò, a mio avviso, penso di averlo ad abundantiam chiarito. Rammento in coda che la voce pulicano, usatissima nel parlato, è stranamente e colpevolmente ignota a tutti i compilatori, antichi e moderni, di calepini del napoletano. Ne ignoro però il motovo.
RAFFAELE BRACLE