IL POLPO di Raffaele Zocchi

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Le guardie del corpo della coppia reale del Belgio riuscirono a stento a trattenere quello strano individuo, tracagnotto, scuro di pelle e di capelli tal da poter sembrare un arabo, che era uscito dalla sua spelonca sulle banchine del porto borbonico, brandendo un tridente a mo’ di Nettuno e gridando in una lingua che non era né vallone né fiammingo, ma poteva essere assimilata ad un dialetto islamico “’U purpo!’U purpo!”. Poteva quindi benissimo trattarsi di un attentato di origine islamica perpretato da un killer integralista ai danni della reale coppia che, come di consuetudine in quel periodo dell’anno si godeva alcuni giorni di vacanza nell’isola mediterranea, così diversa nei toni nei colori, nei suoni dalle atmosfere ovattate, dai paesaggi color pastello della loro Bruxelles. Era la prima volta, in tanti anni, che accadeva una cosa del genere: mai, negli anni precedenti, la guardia del corpo aveva dovuto intervenire, tanto che in quell’occasione si mosse con un cero ritardo, al punto che il presunto attentatore era giunto a ridosso del re è poco era mancato che lo sospingesse a mare. Nonostante fossero quattro giovanotti aitanti, le guardie belghe fecero non poca fatica a trattenere l’uomo e a sospingerlo contro il muro per immobilizzarlo, perché questi continuava a dibattersi come un forsennato e a gridare a piena voce “’U purpo!’U purpo!”.
A quel punto il re prese in mano la situazione: per la sua lunga frequentazione dell’isola riusciva a comprendere anche alcune parole dialettali e, inoltre, a conoscere alcuni personaggi isolani e il volto dell’uomo non gli era sconosciuto. Fece segno alle guardie di rilasciarlo e l’energumeno, senza degnare di uno sguardo il re e la sua consorte, si precipitò sull’orlo del molo, guardando nell’acqua con un’espressione di cane da caccia in fase di punta. Dopo alcuni attimi di esplorazione, l’aborigeno lanciò la sua fiocina verso l’acqua e poi la ritirò tramite la cordicella che la legava al suo polso: all’estremità si dibatteva un enorme polipo, che cercava con tutte le sue forze di divincolarsi dall’attrezzo che lo aveva ferito. Ma il poveretto non ebbe il tempo di portare a termine il suo proposito, perché una mano ferrea lo afferrò, staccandolo dalla fiocina. Poi con abile mossa il fiocinatore affondò le labbra tra le grinfie del polpo e con un morso ben assestato, gli staccò la bocca ungulata. A questo punto e solo a questo punto, il suo istinto venatorio si calmò, si guardò intorno, si rese conto della situazione e riconobbe il re e la regina del Belgio che tante volte aveva visto passare davanti alla sua bottega. Con aria mortificata si rivolse al re e disse” Maestà, scusatemi se vi ho fatto prendere paura, ma quello il purpo, era troppo bello per farlo scappare. Consentitemi di regalarlo a voi e alla vostra signora” e porse il polpo al re. Questi, senza scomporsi, sorrise e fece segno ad una guardia di prendere in consegna il povero polpo, impresa non facile, perché, nonchè privato della bocca, continuava a divincolarsi in tutti i modi. Ancora l’isolano intervenne e, preso il polpo, lo tramortì con alcuni colpi ben assestati sulla banchina, riconsegnandolo allo sbigottito guardiano. Il re disse “Grazie mille” e continuò la sua passeggiata. Il giorno dopo, Minicuccio – tale era il nome del pescatore di polpi- si vide recapitare a casa un mazzo di fiori per la sua signora ed una busta chiusa, contenente una lauta ricompensa, per lui