Odìsseo moderno di Raffaele Zocchi

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L’isola era immersa nella calda e ovattata atmosfera di un pomeriggio di una giornata estiva. Si erano spenti i rumori che caratterizzavano le vie lungo il porto durante la mattinata e che sarebbero ripresi poco prima del calare del sole, al rientro delle barche dei turisti ed i traghetti in partenza per le varie mete della terra ferma avrebbero cominciato ad inghiottire le torme vacanziere che avevano vomitato alcune ore prima. Si udivano soltanto i rumori di qualche rara auto in transito o di qualche rara barca vagante per la rada, oppure qualche voce, un richiamo, un grido di ragazzini che si ostinavano a giocare a pallone sulla sabbia rovente. Anche i barconi che, infaticabilmente, con ritmo continuo, moderni Caronte, traghettavano le anime perse non dei dannati verso il caldo e il gelo, bensì dei villeggianti alla ricerca di frescure marine su spiagge raggiungibili solo dal mare, si erano chetati e giacevano all’àncora, sonnacchiosi come i loro conducenti, intenti a smaltire i residui di una rapida colazione prima di riprendere il loro infernale andirivieni.
Le strade, i sentieri, i viottoli dell’isola non offrivano zone franche d’ombra a chi avesse, in quelle ore, voluto intraprendere un qualsiasi cammino, per cui la sola soluzione era di procedere riparandosi,. all’ombra delle case in cui trovavano rifugio quelli che non avevano potuto immergersi nel mare. Quelle antiche, spesso ricavate nella bianca roccia, offrivano un fresco naturale, primitivo; quelle moderne, che erano la maggiore parte, dovevano ricorrere alle tecnologie di refrigerazione i cui ordigni ormai spuntavano su tutte le facciate, tetti o balconi.
Odìsseo, però, proprio in quel pomeriggio, procedeva con passo spedito, appena appesantito dalla calura e dalla sconnessione dei ciottoli, lungo un sentiero che si avvitava nel fianco della montagnola che sovrastava l’isola. Se qualcuno lo avesse seguito dal porto con un binocolo, si sarebbe accorto del variare della pendenza della salita proprio dal variare del passo di Odìsseo e, se avesse potuto sentirlo, anche dal variare del suo ansimare. Sempre questo ignoto osservatore avrebbe certamente anche notato che il modo d’incedere del nostro uomo era tipico dei cittadini, da come oscillava con il busto e gli arti, quasi che il ciondolìo gli rendesse meno gravoso il cammino; al contrario, un contadino o un montanaro avrebbe percorso il sentiero a piccoli passi, con gli arti incollati al rigido busto. Eppure Odìsseo era nativo dell’isola, anche se aveva vissuto per molti anni in diverse città del mondo, emigrante per vocazione e per necessità, e gli ritornavano in mente le raccomandazioni della mamma e della nonna che costellavano la sua infanzia e che gli dicevano di non uscire di casa con il sole alto, a picco, per non rischiare di esserne folgorato. Già, la sua infanzia: era per lui un Eden, un periodo di felice libertà, dove si sentiva padrone del mondo che lo circondava, del mare che lo rinfrescava, degli uccelli che tentava di abbattere con la fionda, dei rovi dove si nascondeva quando giocava con i suoi coetanei, tutti sfrenati e liberi quanto lui. Il nome, poi, gli derivava da una strana scelta di suo padre Antonio: non era costui un uomo particolarmente colto, di mestiere faceva il pescatore, ma era di una curiosità e di una intelligenza spontanea, primitiva. Uno dei suoi clienti, a cui portava il pesce fresco, era un professore che veniva in vacanza per lunghi periodi sull’isola e spesso si fermava a chiacchierare con lui anche per tempi che in città sarebbero stati sproporzionati, ma che sull’isola si confacevano perfettamente ai suoi ritmi. Il professore spesso raccontava ad Antonio storie della mitologia e dell’epica greca e Antonio lo stava ad ascoltare appassionato, forse perché esse non facevano altro che evocare nei suoi geni le minutissime tracce di eventi che i suoi antenati avevano vissuto veramente. Uno degli eroi che spesso ricorrevano nei racconti del professore era Ulisse, di cui, peraltro, il buon Antonio aveva già sentito spesso parlare: chi, sull’isola, non conosceva la grotta di Circe, dove la maga eserciva il suo mestiere e mostrava il suo potere, senza neanche l’ausilio della teletrasmissione, sul colto e sull’inclita, sul nobile e sul misero che fossero capitati nelle sue affascinanti grinfie? Vi erano poi due ristoranti e tre pensioni intestati all’eroe omerico, oltre ad un’incantevole, piccola rada, detta, appunto “I Bagni di Ulisse”. Ma le storie che il professore raccontava ad Antonio, mentre la moglie si era già impossessata del pesce, orate o pezzogne che fossero, per pulirlo e sciacquarlo nella tinozza d’acqua di mare che tenevano sempre a disposizione, andavano ben oltre la storia isolana di Ulisse. Ecco le sirene, che cercavano di attirarlo – e Antonio pensava alle turiste seminude che intravedeva sugli scogli o sulle barche mentre rientrava con il suo gozzo – ecco la regina Didone, ecco Polifemo, ecco, infine, la petrosa Itaca, tanto simile alla sua isola e la dolce Penelope, non tanto simile a sua moglie Giuseppina. Il professore gli aveva anche spiegato che Ulisse era il nome latino dell’eroe, ma che il poeta che l’aveva generato l’aveva battezzato, in greco, Odìsseo. Antonio era rimasto affascinato da quel nome e dalle sue avventure, per cui, quando gli era nato il figlio maschio, non aveva avuto dubbi: lo avrebbe chiamato Odìsseo. Naturalmente, aveva dovuto vincere le resistenze e le obiezioni dei familiari, in particolare della moglie e della suocera, anche se sull’isola non erano infrequenti i nomi di personaggi mitologici: la resistenza più forte era stata quella del parroco che, per quanto cercasse nel suo breviario, non aveva trovato nessun sant’Odìsseo. Ma Antonio era stato irremovibile e così il ragazzo si era ritrovato quel nome eroico, che si era portato, ironia della sorte, in giro per il mondo. Diplomatosi perito meccanico, aveva fatto lavoretti presso varie officine sulla terra ferma, ma poi, vuoi per la mancanza di lavoro, vuoi per una sua spinta interiore, aveva preferito emigrare: aveva lavorato in America, poi in Germania e poi era rientrato in Italia, ma nel Nord laborioso ed industriale, dove aveva trovato lavoro in una fabbrica di elettrodomestici, grazie alla sua consolidata esperienza nel settore meccanico. In America aveva conosciuto Joseina, figlia anche lei di compaesani emigrati, si erano sposati ed avevano avuto due figli dai nomi orribili di Alan e Christian. Dopo i primi anni d’amore e d’accordo erano cominciati i primi dissapori, le prime incomprensioni, ma la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stato un classico episodio triangolare: rientrato a casa in anticipo da una trasferta all’estero, Odìsseo aveva trovato Joseina che, invece di tessere la tela di stoffa, ne tesseva una di tresca, standosene a letto con Benedetto, un caro amico di famiglia, anche lui compaesano. La reazione di Odìsseo era stata semplice ed essenziale: aveva mollato ad Joseina un paio di ceffoni ed un pugno sul naso che si era appena rifatta con un intervento di chirurgia plastica e poi aveva detto, rivolto a Benedetto “ Così i prossimi 5000 dollari al chirurgo li paghi tu!” ed era sparito. Dopo alcuni anni, sulla soglia della sessantina, aveva incontrato una formosa ucraina trentacinquenne, di nome, ironia della sorte, Penelope: ma per evitare sorprese tessili, non la lasciava mai sola per molto tempo. La nostalgia per la sua isola lo prendeva spesso: i ricordi della sua infanzia gli stavano incollati addosso, nelle vene ogni tanto sentiva lo sciabordio del suo mare trasparente, nelle orecchie lo stridio degli uccelli e l’ululato del maestrale. Aveva, quindi deciso, raggiunta l’età della pensione, di ristabilirsi nella sua isoletta dove aveva conservato la proprietà della casa paterna e di alcuni appezzamenti di terra. La casa paterna, originariamente appartenuta ad una famiglia di pescatori, era rimasta semplice ed austera come era nata, a differenza di quasi tutte le altre dell’isola che, con l’avvento del turismo di massa, si erano trasformate in monolocali, anzi meglio sarebbe chiamarli monolòculi, a misura di villeggianti da spennare. Anche le terre praticamente non esistevano più. Sull’isola era diffuso il fenomeno del mattone lievitante: piccole capanne o casotti usati dai contadini o dai pescatori per riporvi i loro attrezzi, miracolosamente durante l’inverno lievitavano, fino a trasformarsi in appartamenti, monolocali, villette, residence, senza che il fatto fosse notato da nessuna delle autorità amministrative o preposte alla vigilanza, ormai avvezze a considerare il fenomeno un fatto naturale, forse anche perché si accompagnava con improvvisi regali di cesti di aragoste, primizie varie, oltre che freschissimi bigliettoni da 500 euro. Odìsseo aveva dovuto resistere alle pressanti richieste di molti compaesani, che volevano acquistare la casa e i terreni. Si era anche presentato un damerino romano, dichiarandosi procuratore di un noto atelier capitolino, con un contratto di vendita bello e pronto per cui Odìsseo non avrebbe avuto da far altro che firmare ed incassare l’assegno a diversi zeri prima della virgola che il ganimede gli offriva. La risposta di Odisseo era stata nel classico stile isolano, un po’ rude, ma efficace: lo aveva invitato a farsi possedere “a posteriori” da un elefante, il che aveva provocato la stizzita reazione del procuratore.
La casa natale di Odìsseo era, quindi, rimasta una delle poche fedeli allo stile originario. Essa constava di tre vaste camere, con il tetto a cupola, le cui porte – finestre davano tutte sul cortile antistante; una serviva da camera da letto, una da soggiorno, con l’eventuale aggiunta di brandine per i figli e la terza da cucina con annesso bagno: focolare di mattoni in cucina, tazza e lavabo nel bagno, roba da designer della new generation.
Nella corte della casa vi erano anche delle piccole cavità che a suo tempo ospitavano polli e conigli, oltre a un piccolo orticello per coltivare erbe e ortaggi: gli altri terreni erano più distanti, lungo il costone roccioso della montagna, e lì conduceva quel sentiero che Odisseo stava percorrendo in quel pomeriggio assolato. Giunto al confine del terreno, si fermò davanti ad una porta di legno inserita nella parete rocciosa, chiusa da in catenaccio arrugginito, che riuscì ad aprire non senza qualche difficoltà. Appena entrato nel vasto locale che si raggiungeva scendendo una decina di gradini, il clima mutò immediatamente, la temperatura scese ed un lieve umidore si fece sentire sulla pelle.
Un corridoio alquanto stretto e lungo univa questo locale con un altro di dimensioni simili, a pianta circolare e con volta a cupola: disposti con regolarità lungo le pareti si aprivano dei piccoli cunicoli, tappati dopo pochi centimetri e nel secondo locale si apriva un pozzo al centro della volta, anch’esso tappato. Non v’era dubbio: si trattava di una piscina romana,di età imperiale, una di quelle riserve idriche inserite in un acquedotto che i romani utilizzavano per rifornire d’acqua sia le guarnigioni di stanza sull’isola, sia le loro flotte in viaggio verso l’Africa. In un angolo vi erano un gozzo di legno, ridotto in pessime condizioni dal tempo e dall’incuria e dentro di esso, un groviglio di reti, corde, sugheri, in una parola tutto il classico armamentario delle barche di pescatori.
Quella cisterna era uno dei due segreti che Odisseo conservava : l’altro segreto era racchiuso in un angolo remoto della cisterna stessa e consisteva in un recipiente di ceramica, gross0 quanto una scatola di scarpe, che ne conteneva una più piccola, di lamina d’oro. In quest’ultima erano contenute delle ossa, che sembravano essere proprio umane. Sull’esterno della ceramica, benché consunti dal tempo, si distinguevano, da un lato,un pesce e dall’altro due segni che ad Odìsseo non dicevano niente, ma a chi avesse avuto la ventura di aver studiato il greco antico sarebbero subito apparse come alfa e omega, l’inizio e la fine. Si trattava, quindi, di una reliquia, probabilmente delle ossa di un martire cristiano al tempi della persecuzione. Ma per Odìsseo non v’erano dubbi: quelle erano le ossa di san Procopio, patrono e protettore dell’isola, vescovo e martire del I.o secolo d.C., la cui statua veniva portata in processione il 10 settembre, giorno della festa patronale. Come tutti gli isolani, Odìsseo era molto devoto a san Procopio, i cui interventi miracolosi erano testimoniati dagli innumerevoli ex voto che si trovavano nella chiesa parrocchiale. La sua certezza derivava da un sogno prodigioso, in cui gli era apparso il santo, dicendogli di andare a scavare in un cunicolo della cisterna, dove avrebbe trovato i suoi resti. Odìsseo aveva obbedito e, incredibile, aveva rinvenuto l’urna di terracotta con la scatola d’oro. Era dalla sua devozione che nasceva il desiderio di mantenere segreta quella sua cassetta, di tenere tutta per lui quella preziosa reliquia, che teneva celata dove l’aveva ritrovata e dove ogni tanto si recava a pregare. Per quanto riguarda il primo segreto, quello relativo alla cisterna romana, Odìsseo sapeva bene come andava questo genere di cose, una volta che se ne fosse diffusa la notizia, arrivava la soprintendenza, sigillava tutto, in attesa di prendere decisioni che poi non arrivano mai, o, se arrivavano, di fatto precludevano ogni uso privato, anche dei legittimi proprietari.
In realtà si trattava di un falso segreto, perché sull’isola molti erano a conoscenza del sito archeologico, incluso il sindaco, ma nessuno aveva mai seriamente protestato: pensavano ai loro affari, senza scomodarsi, anche perché quasi tutti un reperto, grande o piccolo che fosse, da qualche parte ce l’avevano.
Ma un bel giorno, o meglio un brutto giorno nel calendario odisseico, avvenne proprio quello che per quarant’anni aveva temuto che avvenisse. Si presentò uno studioso tedesco, il professore Otto Von Kaputt, che gli chiese di visitare la cisterna romana, di cui aveva appreso l’esistenza da un testo del settecento, che rimandava ad un altro del trecento, di cui erano rimasti solo frammenti, che rimandava alle mappe dell’acquedotto ideato e costruito dai romani nell’isola. Il professore si era informato in paese e gli avevano indicato la casa di Odìsseo, quale proprietario della terra in cui la cisterna si trovava. In un primo momento il nostro uomo oppose una fortissima resistenza, prima negando ogni cosa, poi, di fronte ad una dettagliata mappa che il professore gli sbatté sotto al naso, dichiarando di non voler concedere l’accesso, perché non era obbligato, e così via. Ma il teutonico fu irremovibile, minacciò di chiamare i carabinieri ed, alla fine Odìsseo dovette cedere e accompagnarlo alla cisterna. Dato che era stato diversi anni in Germania, non fece fatica a riconoscere il significato di alcune delle entusiastiche esclamazioni che il professore emise non appena ebbe messo piede nella grotta. Il suo entusiasmo era perfettamente giustificato, trattandosi di un’opera di età imperiale, perfettamente conservata, in cui tutto era originale e consentiva uno studio esatto delle tecniche di progettazione e costruzione usate dai romani. Von Kaputt disse poi quello che Odìsseo si aspettava e temeva, e cioè che sarebbe tornato, di lì a qualche giorno, con le autorità competenti (si fa per dire) italiane e con alcuni esperti, questi sì competenti, di varie nazionalità. Non c’erano quindi più speranze sulla conservazione del primo segreto, ed ecco perché in quel pomeriggio assolato Odìsseo si recava alla cisterna: era per cercare di salvare il secondo segreto, l’urna di san Procopio, con la quale, nascosta in un sacco da pescatore, fece dopo un po’ ritorno a casa. Naturalmente non parlò con nessuno di quanto aveva fatto, neanche con Penelope e nascose la reliquia in un armadietto dove teneva gli attrezzi, chiuso da un catenaccio.
Il professore germanico mantenne la germanica promessa e, dopo una settimana, una delegazione internazionale, accompagnata dal sindaco e dal soprintendente, si presentò a casa di Odìsseo e chiese, o, meglio impose di essere accompagnata alla cisterna, cosa che il nostro eroe fu costretto a fare.
Quando tornò a casa, aveva un’aria talmente afflitta che la compagna Penelope non potè fare a meno di chiedergli che cosa era successo; Odìsseo, allora decise di rivelarle tutto, anche perché aveva bisogno di confidare a qualcuno la sua disperazione. Quando ebbe inteso tutta la storia, Penelope lo rincuorò e poi, con la sua saggezza femminile, gli disse, nel dialetto locale che aveva imparato alla perfezione” Ma quanto sei fesso! Ma che te ne fai di una caverna dove non ci vai mai e di quattro ossa? Senti a me, domani vai dall’avvocato Passalacqua, spiegagli il caso e fatti consigliare sui tuoi diritti. E poi, scusa, tu non sei anche proprietario di quel pezzo di terreno vicino alla cisterna? E allora facciamo domanda per aprire un chioschetto con due tavolini per la vendita di bibite e souvenir!”
Per fortuna Odìsseo la stette ad ascoltare, si misero d’accordo con il Comune per il restauro della cisterna, in cui vennero sistemati delle anfore, dei pezzi di navi romane e dei cartelloni che illustravano la storia e l’architettura dell’acquedotto romano sull’isola.
Un giovane archeologo faceva da guida ai visitatori, sempre più numerosi ed interessati, il cui passaparola si aggiunse alla pubblicità via Internet e mezzi di comunicazione; nel frattempo Odìsseo e Penelope avevano installato un chioschetto, dove vendevano bibite, snack e panini.
Nel bel mezzo della cisterna, proprio dove Odìsseo le aveva ritrovate, le ossa di S.Procopio riposavano nella loro teca in un’edicola votiva, che era meta di pellegrinaggi degli isolani residenti e di tutti quelli, la maggior parte, emigrati nel mondo, ma che portavano sempre la loro isola nel cuore.