Sed fugit, interea fugit irreparabile tempus (Virgilio, Georgiche, III, 284)

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I primi due giorni di reclusione in casa furono tremendi: Galileo si sentiva come un leone in gabbia, percorreva a passi rapidi il corridoio che separava le camere: letto-cucina-bagno-studio-salotto e viceversa. Saltellava tra i mezzi di comunicazione; notizie, messaggi, esternazioni si susseguivano in un rapido vortice da cui la mente non poteva che uscire frastornata. Galileo era un uomo attivo, aveva lavorato tutta la vita come manager; ora, in pensione, i suoi ritmi non erano cambiati, aveva trovato il modo di restare perennemente occupato e perennemente il tempo non gli bastava mai. Non poteva, quindi, vivere bene l’emergenza coronavirus che lo obbligava a restare a casa.
Il terzo giorno successe una cosa: rovistando in un cassetto trovò un foglietto con su scritto Sed fugit interea fugit irreparabile tempus. Ma chi l’aveva scritta quella frase? Ma sì, era di Virgilio e allora cercò il libro delle Georgiche, lo riprese in mano, trovò la frase e trovò anche i suoi appunti di quando frequentava il ginnasio. Meccanicamente cominciò a leggere brani e, ad ogni brano affioravano ricordi, sinapsi addormentate si risvegliavano, quella biondina della V G, le partite a calcetto sulla via…..Allora cominciò per Galileo un processo inarrestabile: spense tutti i mezzi di comunicazione e rivide la sua vita, attraverso libri, foto, lettere, oggetti, filmati, ognuno dei quali evocava un ricordo, una persona cara, un fatto importante, magari anche negativo. Si dedicò a mettere in ordine i suoi ricordi, con calma, lentamente assaporando ogni lettura, ogni visione. La sera era esausto, dormiva poco, non vedeva l’ora di continuare a costruire il film della sua vita, il suo bilancio personale. Non a caso si trovò tra le mani anche il De brevitate vitae di Seneca, in cui il filosofo invitata a non agitarsi inutilmente, a non sprecare il tempo, perché il tempo è un valore.
Alla fine di quei giorni di clausura Galileo si rese conto di aver accumulato un vero tesoro, più grande di quello che aveva per anni dilapidato.