In questi giorni di brutto tempo, cercando di mettere un po’ d’ordine tra vecchie carte, mi è passato tra le mani questo appunto:

In seguito al naufragio del piroscafo “Duino” iscritto al N° 182 delle matricole di Venezia avvenuto al largo di Bari verso le ore 18,50 dell’8 febbraio 1942 XX per fatto di guerra.(…)  Sono scomparsi in mare in seguito al naufragio per fatto di guerra del predetto piroscafo alle ore 18,50 circa dell’8 febbraio 1942 XX i passeggeri 32                                                        Aversano Antonio, 2°capo meccanico, di Sabato e di Pacifico Silveria, matric. CREM. 79819 nato a Ponza 1° agosto 1909 C/A Gaeta, domiciliato a Ponza (Littoria) sopra Giancos.
(Ufficio Anagrafe, Ponza martedì 10 marzo 1998. Registri di morte 1942.)”

Non ricordo da l’origine dell’appunto ma da appassionato di storia locale non ho resistito alla tentazione di saperne qualcosa di più. Nelle righe che seguono cercherò di raccontare brevemente le circostanze che causarono la morte del nostro giovane concittadino Antonio Aversano. Sopratutto, per rendere un doveroso omaggio alla memoria di uno dei nostri caduti in mare, ma anche per aggiungere un piccolissimo mattoncino alla storia di Ponza.

IL MISTERO DEL DUINO

Il Duino al comando del capitano di lungo corso Mario Olivotto di Mestre sarebbe dovuto arrivare alle 19.00 dell’8 febbraio 1942 nel porto di Bari. Era partito da Cattaro nell’attuale Montenegro in orario alle sei del mattino con a bordo 44 persone di equipaggio, 12 militari del C.R.E.M.(Corpo Regio Equipaggi Militari Marittimi) tra cui quasi certamente il nostro Antonio Aversano e 161 passeggeri.

Ma alle dieci di sera del piroscafo dell’Adriatica di Navigazione non si avevano notizie, il Comando Marina ritenne fosse l’ennesimo ritardo, abbastanza frequente in quel periodo e dovuto alle condizioni di carena della nave che di lì a qualche giorno sarebbe dovuta andare in cantiere. Il meteo segnalava mare agitato, scirocco teso, cielo coperto e una cattiva visibilità. A mezzanotte la nave non c’era ancora, ma nessuno pensò ancora ad un incidente, l’ipotesi più plausibile era che avesse avuto una avaria e fosse tornata al porto di partenza.

La mattina alle nove Marina Bari telegrafò a Marina Teodo a Cattaro per chiedere notizie, passarono ben 20 ore senza ricevere alcuna risposta sino a quando alle 4.10 del 10 febbraio un laconico messaggio confermava solo l’avvenuta partenza, ma del Duino lì non c’era traccia. La mattina del 10 a quasi tre giorni dalla scomparsa iniziarono le ricerche, dal Montenegro e da Bari si alzarono alcuni velivoli che ripercorsero la rotta adriatica del piroscafo, vennero allertate le stazioni di Vieste e Lagosta. Niente. L’esplorazione aerea riprese l’11 febbraio con una foschia densa e insidiosa che costrinse i ricognitori a volare a 50 metri di quota, ma senza risultati, neppure si avevano notizie dalle stazioni semaforiche, dai convogli in arrivo o in partenza e dagli aerei in servizio. Dal Duino non era partita nessuna richiesta di SOS. La nave sembrava sparita nel nulla.

                                              Tre donne posano per una foto davanti al Duino, ormeggiato vicino                                            alla capitaneria di porto di Ancona, l’11 ottobre 1935 (g.c. Nedo B. Gonzales via        (www.naviearmatori.net)

Era quasi l’imbrunire, il mare scuro dello scirocco stava per essere inghiottito dal buio quando il comandante dell’Anna Martini diede l’allarme. Erano partiti alle 14.30 dal porto di Bari per 63 gradi di bussola e ora si trovavano a circa a 17 miglia al largo. Da due zattere un gruppo di uomini si sbracciava chiedendo aiuto. Il piroscafo si accostò ai 21 naufraghi e li trasse in salvo. Erano semi assiderati dalle gelide acque invernali, gli abiti inzuppati, da 72 ore non toccavano né acqua né cibo. Alcuni dei naufraghi pregarono di continuare le ricerche, dovevano esserci almeno altre due zattere, le avevano viste allontanarsi dopo il naufragio.

Ma ormai si era fatto buio, il mare muggiva e faceva rollare l’Anna Martini che a macchine ferme si era traversata alle onde, il comandante decise di ritornare al porto di Bari e dare al più presto assistenza ai naufraghi. All’alba del 12 febbraio la torpediniera Insidioso l’R.D.22, due motovedette e un aereo fecero rotta verso la zona del ritrovamento. Questa volta fu l’R.D.22 ad avvistare altre due zattere. A bordo c’erano 23 naufraghi e un cadavere, che non aveva retto alle 100 ore in balia del mare.

L’ultima traccia del Duino fu trovata il 22 febbraio sulla costa di Otranto, il mare gettò sulla battigia i rottami di una scialuppa e due salme una delle quali del macchinista navale Ranieri.

LA RICOSTRUZIONE DEL SINISTRO
Nel 1942 l’Adriatico era minato e vi erano dei campi di sbarramento sia di fronte alle coste dalmate che a quelle di Bari. Non ci sono notizie di come fu condotta la navigazione, ma si deve presumere che il Duino sia uscito dagli sbarramenti minati a Nord di Cattaro e abbia diretto sulla rotta «sicura» verso Bari. Il piroscafo procedeva più lentamente del solito sia per le condizioni della carena che per la scarsa visibilità dovuta alle pessime condizioni meteo, tanto che il faro di Bari – secondo alcune testimonianze dei naufraghi – venne avvistato solo alle 18.45 orario nel quale il piroscafo sarebbe già dovuto essere all’imboccatura del porto. Il ritardo nell’avvistamento del faro sarebbe stato fatale al Duino che non avrebbe potuto calcolare per tempo il punto nave dirigendosi così verso i campi minati spinto dallo scarroccio di scirocco.

Il rapporto della Marina afferma che il faro barese fosse in funzione già dalle 17.00, ma dalla testimonianza rilasciata dal generale Tucci, in trasferimento dai Balcani a Bari ed uno dei superstiti dell’affondamento, si rileverebbe che il faro fosse stato, invece, accesso solo alle 18.45 troppo tardi in relazione alla luce e alla foschia esistenti. Troppo tardi per un rilevamento corretto in quelle condizioni meteo.

Fatto il punto nave su San Cataldo la nave corresse la rotta di approdo facendo prua su Bari, ma pochi minuti più tardi un’esplosione subacquea produsse una grossa falla a sinistra della prua. Il Duino dopo una forte sbandata a dritta affondò immergendosi di prora in non più di due o tre minuti.

I membri dell’equipaggio si trovavano nei ponti inferiori, si stavano preparando per lo sbarco mentre altri erano a cena sotto coperta. Tra questi c’era anche il radiotelegrafista e ciò spiegherebbe la mancata segnalazione di soccorso. Mentre la nave colava a picco si salvò solo chi ebbe la prontezza di lanciarsi per tempo in mare e poi raggiungere le zattere che si erano staccate dal ponte di coperta. Alcuni testimoni ricordano che le scialuppe di poppa, ancora appese ai paranchi e cariche di persone, non ebbero il tempo di essere calate e affondarono con la nave. I più rimasero intrappolati nei ponti inferiori senza rivedere per l’ultima volta la luce. L’Adriatico abbracciò il Duino in un gorgo, che risucchiò la nave con la rapidità dell’acqua in un gigantesco lavandino.

                                                                                    Il Duino anni ’30

Il comandante e la quasi totalità degli ufficiali perirono, il rapporto della Marina non contiene i nomi delle vittime (n.d.r. delle quali, invece, andrebbe recuperata la memoria, ci affidiamo alle vostre segnalazioni), riporta solo che delle 217 persone imbarcate sul Duino risultarono salvati
44 uomini di cui 7 membri dell’equipaggio civile (il secondo ufficiale di macchina, un marinaio, due giovanotti di coperta, un garzone di camera, un piccolo di cucina, un fuochista), 3 membri dell’equipaggio militare, 34 passeggeri di cui uno solo civile. Gli scomparsi furono 173.

LE CAUSE
Indagare sull’affondamento a tanti anni di distanza serve a poco, di sicuro dalla relazione del già citato generale Tucci emerge che vi furono delle polemiche per la poca tempestività nei soccorsi, si lasciarono imperdonabilmente passare molte ore prima di intervenire. La scomparsa del Duino venne sottovalutata e ciò è grave specialmente in un periodo bellico con mille pericoli in agguato. Se si fosse arrivati sul luogo per tempo si sarebbero potute salvare più vite umane. Sulle pagine dell’epoca della Gazzetta del Mezzogiorno la notizia non venne neppure riportata per la censura militare.

L’esplosione subacquea che provocò l’affondamento può avere diverse cause: un siluramento da parte di un sommergibile nemico, una mina alla deriva oppure la mina di uno sbarramento. Il siluramento non può escludersi anche se non è stata avvistata dai superstiti nessuna scia o periscopio che ne rivelasse la presenza e non è emerso alcun sommergibile dopo il sinistro anche per dare soccorso ai naufraghi come avrebbe dovuto fare in mancanza di altre unità in zona.

Più probabile è l’ipotesi di una mina, non alla deriva, ma proprio degli sbarramenti difensivi costieri italiani ed in particolare di quello posto a Nord del settore di avvicinamento di Bari. Come abbiamo visto è probabile che la nave si trovasse spostata più a Nord rispetto alla rotta che avrebbe dovuto seguire sia per l’effetto dello scarroccio del vento da Sud Est che per una errata valutazione della posizione dovuta al ritardo nell’avvistamento del faro di Bari. (Nicolò Carnimeo Gazzetta del Mezzogiorno)

 

SCHEDA DEL DUINO

ANNO DI COSTRUZIONE 1923; LUNGHEZZA = 68.75 m; LARGHEZZA = 10.50 m; ALTEZZA = 7.09 m; MACCHINE = 2 turbine a vapore da 1900 hp; ELICHE = 2; CONSUMO = 25.8 tonnellate al giorno; VELOCITA MASSIMA = 13.5 nodi; STAZZA LORDA = 1.344 lordi; PORTATA LORDA = 1.735; STIVE = 3X562 mc; PASSEGGERI IN CABINA = 85

* La «Duino» venne impiegata dapprima sulla linea Trieste – Zara – Gravosa – Venezia * A giugno del 1937 prese la linea 44 Bari -Durazzo e successivamente effettuò alcuni viaggi straordinari. Il 3 marzo 1938 coprì le linee di collegamento Rodi – Piscopi – Stampalia, Rodi -Castelrosso, Rodi – Caso.* Dal 1 gennaio 1940 fu spostata sulla linea Bari – Barletta – Manfredonia – Tremiti – Rodi Gar-ganico – Lagosta.* Nel settembre 1940 effettuò viaggi straor­dinari con partenze regolate direttamente dalle Autorità, poi riprese la linea fino a febbraio del 1942.* II 7 febbraio 1942 partì per un viaggio speciale, diretta a Cattare dove imbarcò truppe militari che rientravano in Italia e non fece più ritorno.

Fonti:
Modellismo Più, / Con la pelle appesa a un chiodo

FRANCO SCHIANO