DECAMERINO 12° Giorno – Cammina Cardone – Romanzo giallo ambientato a Ponza

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Siamo al dodicesimo giorno di questo nostro Decameron in tempo di Corona Virus – Oggi vi proponiamo l’incipit di un bel Giallo di Rita Bosso, ambientato a Ponza.  Il libro è reperibile solo  nella versione e-book, di cui alla fine della pagina troverete il link. BUONA LETTURA

CAMMINA CARDONE

di Rita Bossohttps://www.amazon.fr/Cammina-Cardone-Rita-Bosso-ebook/dp/B00C5L3T7S

CAP. I

Se ci sta una cosa che mi fa ingrippare è quando non trovo una chiave, un documento, una parola, un cacchio qualsiasi e chi mi sta intorno, invece di dare una mano, si mette a pontificare. Minniti è bello e caro, ma questo vizio lo tiene. Dico: «Minniti, si fosse vista la mia patente?». La quale deve stare nel borsone, per forza: io qui sull’isola la macchina non la prendo mai e poi, se per combinazione la prendo, chi mi ferma? Siamo noi che periodicamente dobbiamo fare i controlli, appostarci dietro una curva e fermare cinque o sei poveri cristi, favorisca patente, libretto e assicurazione. Non è una rottura da niente: la gente ti allunga le carte con rassegnazione, come a dire Vabbuo’ marescia’, stamattina vuoi pazziare? E pazziamo! Ad ogni modo io quando sto sull’isola la patente non me la porto appresso, anzi la lascio direttamente nel borsone; solo che adesso ho girato e rivoltato ogni scomparto, ogni tasca ma la benedetta non è uscita. E Minniti, collaborativo come al solito: «’A marescia’, ma a me ’sta storia me sembra freudiana». «Vabbuo’ Minniti, ’o sapimm’ che hai studiato» ed esco a fare quattro passi. Non è che posso ancora sbariare col borsone.

«È che sei antico, certe volte» dice Bianca, ma almeno lo dice ridendo. «Sei ideologico» è la sentenza di Alessandra, che da quando si è iscritta a Filosofia ha messo la lingua nel pulito. «Capisci solo il Dio tuo» era il ritornello di quella buonanima che però, lassa fa’ ’a Madonna, non sento più; tranne quando le mie figlie tengono il telefonino spento, allora mi tocca chiamare sul fisso e undici volte su dieci risponde sua grazia. Vabbuo’, esco. Cammina, Cardone. Cammina, per evitare di rincoglionirti con le solite manovre: prendi il borsone, apri lo scomparto laterale, metti in ordine i cassetti, infila la mano dentro le tasche delle giacche, riapri lo scomparto laterale… Ringraziando Dio per strada non ci sta nessuno; dai primi di settembre qua si ricomincia a vivere e, se tutto va bene, si sta quieti per dieci mesi. Uno può tornare a fare quattro passi per il corso, certe volte perché ne tiene genio, certe volte perché ci vogliono. Adesso, i quattro passi li faccio perché ci vogliono, perché sono necessari. Cammina, Cardone.
Lo so pure io che i quattro passi non servono a fare uscire fuori la patente, ma almeno uno non va al manicomio, non pensa sempre alla stessa cosa. Che poi uno potrebbe dire ma perché, se la perdevi ad agosto, non potevi camminare lo stesso? Nossignore. Intanto io ad agosto cammino, perché a stare senza non ne sono capace, ma mi devo scegliere accuratamente i percorsi. La strada principale, per esempio, è come se la transennassero dal primo luglio al trentuno di

mezzo a quella guagliunera arrogante, ai grupponi dei centri anziani incolonnati dietro all’ombrello della guida che gli racconta strunzate, alle nobildonne e ai chiachielli che la sera si mettono in vetrina fuori nei bar e nei ristoranti? Eppure, sulle altre strade, a camminare uno cammina, ma sono camminate piene di salamelecchi, di pappasali, di frasi che non servono a niente se non a dimostrare che uno tiene la battuta pronta, che fa il brillante, che non è un mugnosordo. Vabbuono, io oggi cammino perché tengo bisogno di camminare: e che miseria, mica posso passare la giornata ad aprire cassetti, smuovere la roba dentro e richiuderli! Perciò mi avvio verso la Caletta pensando sempre alla maledetta, che prima o poi uscirà però, nel frattempo, ti farà sbariare, procurerà qualche battutina di Minniti, qualche sorrisino… che, non ci ho fatto caso agli sguardi sottintesi, quando nella saletta l’altra sera non si trovava il telecomando?
Bianca risponde al primo squillo. «Stavo leggendo un romanzo che mi hanno regalato anni fa. La dedica dice: “Sono un clown e faccio collezione di attimi”.» «Bella.» «Sì, bella. Pensa, il libro era caduto dietro un cassetto, l’ho ritrovato per caso. Si è nascosto per tanto tempo, almeno quattro o cinque anni.» «Vabbuo’ Bianca, continua a leggere, ci sentiamo dopo.» Cammina, Cardone.

Sono un clown e faccio collezione di attimi. Il concetto è quello, mi fai ridere, da quando ci stai tu si ride, vivaddio; però una cosa è dire Bianca mi fai ridere e un’altra è sono un pagliaccio e faccio collezione di attimi. Calma Tomma’, lo sapevi, è acqua passata e vediamo di non intossicarci il presente. Lo sapevi che fino a quattro anni fa c’è stato il professore di latino e greco, che prima c’era stato quello che lavorava a Bologna però si vedevano tutte le settimane perché Bologna non è un’isola, tra Bologna e Napoli non c’è il mare; e dopo il professore c’è stato l’avvocato, che però doveva essere un cato di colla non indifferente e quindi non fa testo; e che, mo Tommaso Cardone si ingelosisce pure di un cato di colla? Bianca è fatta come è fatta Tomma’, ricordati che tu sei l’ultimo arrivato nella sua esistenza affollata, ricordati che se c’è una persona che dovrebbe lamentarsi, quella persona non sei tu, è il marito che invece si sta, fa finta di credere che il pomeriggio Bianca l’ha passato insieme alla collega un poco esaurita che ha bisogno di svagarsi, fa finta di non sentire se il telefonino squilla a vuoto. E campa quieto. Forse campa quieto. Vabbuo’, mica mi sto lamentando! Non mi lamento, però un libro con la dedica “Sono un clown e faccio collezione di attimi”me le fa girare, vabbuono? Lo tengo il permesso di farmele girare? Sì, mi brucia, mi brucia perché non l’ho scritta io, e allora?

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