DECAMERINO 17° Giorno- ‘A rena ‘e Palmarola – di Raffaele Zocchi . 1^parte

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Dopo due giorni d’interruzione per motivi tecnici, riprendiamo il nostro Decameron in salsa ponzese, per alleviare la nostra forzata cattività. oggi vi proponiamo, per gentile concessione dell’autore, la prima parte d un autentico gioiellino di Raffaele Zocchi, dedicato alla moglie Angela.

La redazione

‘A RENA ‘E PALMAROLA

RAFFAELE ZOCCHI

 

Ti sei addormentata
Ti sei addormentata
ed alle nostre lacrime
si sono mescolate
quelle del cielo.
Ti sei addormentata
come quando intrecciavamo
mani e sospiri
dopo l’amore.
Ti sei addormentata
come quando esausta
ai tuoi figli appena avevi
donato il tuo latte.
Ti sei addormentata
come quando il mare,
il tuo mare che amavi
ti aveva resa stanca e felice.
Ti sei addormenta
e ho visto l’ombra
del tuo sorriso
sulle tue labbra distese.
Ti sei addormentata
e ho visto la dolcezza
del tuo animo
nella beltà del tuo volto.

Ti sei addormentata,
ma non potrò stavolta
richiamarti dal sonno
con “buongiorno, amore”.

PROLOGO
di Francesco Ferraiuolo
Sindaco di Ponza

Conosco personalmente da molti anni Raffaele
Zocchi e conosco il suo amore per la nostra isola,
amore nato e sviluppatosi congiuntamente a quello

per la sua cara moglie Angela, ponzese di antica fa-
miglia ponzese, il cui ricordo è vivo in tutti noi.

Con questo libro Raffaele ci presenta una Ponza

inedita, una Ponza vista da chi non è ponzese di na-
scita, ma di adozione, che coglie la magia della nostra

isola attraverso immagini, suoni, colori raccolti nelle
sue passeggiate, nelle sue uscite in barca, nei suoi
contatti umani con i suoi abitanti. Nei suoi racconti,

attraverso i personaggi immaginari che la sua fanta-
sia si diverte ad inventare, ci accompagna nei i luoghi

più caratteristici, negli angoli più suggestivi in una
carrellata nel tempo che parte dalla Ponza borbonica

per arrivare a quella contemporanea passando attra-
verso quella dell’epoca del confino.

I suoi versi sono emozioni allo stato puro, stati
d’animo distillati che traggono origine dal contatto
con il mare, il vento e la terra e sono riproposti nelle
sue composizioni poetiche.
Voglio ringraziare Raffaele per questo libro, che
consente a chi non è ponzese di conoscere l’isola e a
noi ponzesi di amarla un po’ di più.

Prefazione dell’autore

“Ê pigliato ’a rena ’e Palmarola” è un’espressione ti-
pica ponzese che sta ad indicare un tipo molto parti-
colare di affezione dell’animo; in alcune persone, non

ponzesi di origine, la permanenza occasionale sul-
l’isola di Palmarola, e per traslato, sull’isola di Ponza

genera il desiderio di ritornarvi, che diviene sempre
più intenso fino a diventare una sorta di benevolo
morbo, per curare il quale l’unica medicina è quella
di esaudire il desiderio stesso. Per essere sicuri che
ciò avvenga, basta prelevare e conservare un po’ di
sabbia (’a rena) di Palmarola. I sintomi che indicano
la presenza del morbo sono tanti; ad esempio, non
riuscire più a bagnarsi in acque che non siano quelle
dell’arcipelago, la collezione al limite della paranoia di
foto, cartoline, libri e riviste che parlino delle isole, il
gradimento di tutte le pietanze locali, a cominciare dal

famigerato “rancio fellone” e a proseguire con “le pa-
telle, i rotunni, le aragoste, le chicherchie” e chi più ne

ha più ne mangi. Vi sono poi effetti collaterali assolu-
tamente da non trascurare, come l’innamoramento

per qualche persona nativa dell’isola. Ebbene, io sono

un esempio di persona affetta da questo morbo: na-
poletano di nascita e di cultura, ischitano di adozione

giovanile, da quasi 50 anni frequento queste meravi-
gliose isole, ho sposato una ponzese doc, di recente

scomparsa, mia cara e sfortunata compagna per 46
anni, alla quale dedico questo volumetto che narra
della sua adorata isola.
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I raccontini che vi sono racchiusi vanno considerati
come favole, generate dalla mia fantasia, in momenti
di riacutizzarsi del morbo di cui sopra: quando questo
riacutizzarsi raggiungeva il suo acme, allora sono
nate le poesie che fanno da corona ai racconti.

Prefazione
di Rosanna Conte

Chi non ha pigliato ’a rena ’e Palmarola, potrà avere
difficoltà a comprendere il perché di questo libro.
Certo l’idea del libro considerato solo come merce da

consumare ha penetrato tutti gli anfratti del tessuto so-
ciale e dell’animo umano e spesso, dopo averlo letto, non

ci chiediamo nemmeno se ne sia valsa la pena dedicargli
tempo e attenzione. Leggiamo, se leggiamo, sottomessi
a un atto abitudinario.
Questo libro aspira a passare per un’altra strada:
vuole arrivare al lettore attraverso l’aereo ponte della
contiguità sentimentale.

Raffaele Zocchi si rivolge a un suo piccolo, ma rac-
colto pubblico, e non alla maniera ironica dei famosi

venticinque lettori, ma con la pretesa di sceglierli se-
condo una campionatura ben precisa. Devono aver ne-
cessariamente vissuta l’esperienza ammaliatrice delle

nostre isole e portarne le stimmate oppure, al massimo,
avere la curiosità di capire quanto possa essere cedevole
l’animo umano davanti alla bellezza della natura.
È da questa scelta che nasce la particolare forma
narrativa presente nel libro. L’attenzione dello scrittore,

mentre è intento a raccontare i fatti e a descrivere i per-
sonaggi, si sposta spesso sul lettore.

A lui si rivolge, mentre dipana le storie, come se

stesse al suo fianco: lo vede attento, impaziente, mera-
vigliato, annoiato. Non gli importa se la tensione della

storia ne risente, se i protagonisti perdono grinta: Raffaele Zocchi vuole instaurare un rapporto quasi fisico con chi sta leggendo.
Quante volte avrà vissuto questo modo di relazionarsi
durante le lunghe giornate estive sulla barca all’ancora
in qualche baia! La narrazione è un modo di porgersi
all’altro, di far sentire che quel mare, quegli scogli e

quelle spiagge sono la parte essenziale della loro amici-
zia: le parole ne sono soltanto l’eco.

Così le trame, a volte più corpose a volte più esili, e i
personaggi sono solo dei “praetexta” per tessere una
sorta di arazzo che rappresenti l’isola amata seguendo
le sensazioni che la sua bellezza suscita in lui.
A questo è finalizzato anche l’ibridismo del libro che
accanto alla prosa inserisce la poesia e qualche
estemporaneo disegno.
La tensione del suo animo, invece, trova espressione
più chiara e incisiva nelle poesie.
Qui l’autore domina la parola e la elabora in strutture

che accompagnano le emozioni, i sentimenti e le rifles-
sioni che essa veicola.

È piana e semplice quando ricorda la sincerità del-
l’amore, mentre è usata con la pennellata impressioni-
stica nelle immagini di paesaggi che rispondono ai moti

dell’anima; è più colta e raffinata nelle forme libere dove

avverti il sussurro della riflessione e quando è incasto-
nata nel nostro glorioso sonetto.

Questo lavoro è l’esito letterario dell’effetto su Raffaele
Zocchi della rena ’e Palmarola. Ma, se andiamo oltre, nel

suo animo ha scatenato un subbuglio che ha impron-
tato tutta la sua vita: l’amore per la moglie Angela, cinquanta estati trascorse nel mare di Ponza e, ultima nel tempo, ma non per importanza, la voglia di scrivere.

’A rena ’e Palmarola

È gghianca, nera e argiento.

ghianca, comm’ ’a chiaja

d’ ’a muntagna

cunsumata d’ ’o mare.

Nera, comm’ ’e scaglie

’e l’ossidiana asciuta 

a dint’ ’e caverne.

Argiento, comme ’a povere

’e ’nu raggio ’e luna

ca nce caduta ’ncoppa

’na notte ’e primmavera.

Tu nun te n’adduone,

ma te trase ’ncuorpo.

Se scioglie dint’ ’o sango,

arriva ’nfin’ ’o core,

e, all’intrasatta,

quanno staje giranne po’ munno,

te fa veni’ ’a voglia

’e turna’ cca.

Basta n’allicordo

’nu suspiro, ’na parola…

È ’a rena ’e Palmarola.

I ragazzi di Pisacane

Approfittando della bella giornata, che sembrava di piena estate, anche se si era solo al 27 di giugno dell’anno 1857, i due ragazzi decisero di fare una capatina sugli scogli della Parata, per un tuffo a mare e una pescata con il “lanzaturo”. L’isola di Ponza era in quella fase della stagione nella quale si esaltava il suo splendore, prima che la vampa estiva lo offuscasse un poco. Come sulla tavolozza di un pittore, a mano a mano che l’opera pittorica procede si aggiungono e si mescolano colori diversi, a volte trovandosi accanto tonalità affatto stridenti; così, nel lasso di tempo di transizione dalla primavera all’estate, a Ponza ai colori variegati delle sue coste, resi più vividi dalla luce solare, si aggiungono quelli delle sue piante e dei suoi orti. Esplode quindi una vera e propria sinfonia visiva. Ecco il grigio del tufo esaltarsi per il giallo delle ginestre, il nero dell’ossidiana disegnare macchie multiformi sul bianco del calcare, il marrone delle rocce laviche emergere dal continuum del verde, con tutte le sue sfumature, dai guastaccetti irsuti all’ispido finocchietto selvatico, alle rustinie punteggiate di more, ai filari dei vigneti che nascondono il rosso dei pomodori, alle rotonde palette ornate di fichi d’India, alle agavi superbe svettanti sulla macchia mediterranea. Dei due ragazzi, il maggiore, Totonno, era un tipico maschietto mediterraneo, dai folti capelli ricci e bruni, non troppo alto ma proporzionato. Gli amici gli avevano dato il soprannome di “’u sarracino” anche perché, lavorando nei campi con il padre e i fratelli, era perennemente ab
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bronzato. L’altro, invece, Ciccillo, secondo di età ma non di altezza, era magro e leggermente allampanato, di capelli biondi e carnagione chiara, sì da meritarsi il soprannome di “’u svedese” e forse qualche molecola di DNA di un qualche antenato vichingo o celtico che nel suo girovagare era passato per Ischia, da cui la sua famiglia proveniva, ce l’aveva nel sangue. Ciccillo era pescatore, si imbarcava sulla paranza di famiglia insieme con il padre, Silverio, due fratelli e un cugino. La paranza stava giorni interi fuori, nel mare aperto, e a volte si era a stento salvata dalla furia dei marosi grazie a san Silverio, diceva il padre che era molto devoto al santo patrono. A proposito di san Silverio, solo una settimana prima l’isola tutta aveva festeggiato il patrono, che ora troneggiava sull’altar maggiore della chiesa parrocchiale, in attesa di rientrare nella sua nicchia privata. Le funzioni religiose erano culminate con le processioni via terra e via mare, con il corteo di barche che seguiva quella su cui si trovava il santo. Negli anni precedenti i due ragazzi avevano preso parte alla processione nel ruolo di chierichetti, con cotta e tonaca, ma quest’anno erano cresciuti, per cui erano stati ammessi tra gli uomini adulti e costretti a indossare abito scuro, camicia e cravatta, oltre che un paio di scarpe di cuoio, loro che normalmente giravano scalzi in pantaloncini (non sapevano che stavano precorrendo la moda degli “short”) e maglietta. Quel giorno, il 27 giugno, avevano chiesto ai rispettivi padri qualche ora di libertà dal lavoro per concedersi un bagno in mare ed una pescata. E l’avevano proprio fatta la pescata: nel cestino che giaceva sullo
scoglio si dimenavano tre saraghi grossicelli, un polpo, una cernia e due triglie. Questo era il bottino che si sarebbero diviso, dopo averlo mostrato agli amici in paese. I due ragazzi si erano sdraiati sugli scogli, per godere di un po’ del sole che era alto nel cielo, quando la loro attenzione fu attratta da una grossa nave scura che si dirigeva verso il porto. Furono colpiti dal fatto che si trattava di un piroscafo: loro erano abituati ai bastimenti a vela che andavano e venivano da Gaeta, trasportando merci e passeggeri. Se avessero saputo leggere, avrebbero visto che la nave si chiamava Cagliari; ma le loro uniche scuole erano state il mare ed i campi, come per la maggior parte dei ragazzi della loro età. Quando videro che la nave aveva dato fondo in prossimità dello scoglio rosso, di fronte alla torre di guardia, Totonno e Ciccillo, morsi dalla curiosità, si rivestirono in fretta e si slanciarono su per il ripido sentiero che portava in paese e per poco non si dimenticarono del cestino con il frutto della pesca. Superato il breve tratto che correva a fianco dei cameroni, le prigioni reali, i due ragazzi stavano per fiondarsi giù nella discesa che conduceva al porto, quando si accorsero che sul sagrato della chiesa si era radunata una numerosa folla, intorno al parroco, don Giuseppe Vitiello. E fu proprio don Giuseppe che, vedendo Totonno e Ciccillo, li apostrofò dicendo “Non andate giù. È pericoloso, ci sono uomini armati. Guagliù, venite cca!”. I nostri eroi si fermarono interdetti, poi, dopo essersi guardati, decisero di seguire il consiglio, o meglio, l’ordine del parroco. Fu forse un caso il fatto che i due avessero avvistato tra la folla due
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fanciulle appena più giovani di loro, Luisella e Civita, per le quali loro provavano una certa “attrazione”? Per la cronaca, a Totonno, “’u sarracino” nero e riccio, piaceva Luisella, bionda e rosea, mentre allo svedese Ciccillo, manco a dirlo, non era indifferente la bruna, riccia e mediterranea Civita. Legge dei contrari? Chi lo sa. In ogni caso la calamita sessuale funzionò e i due si ritrovarono nella folla, nei paraggi delle due ragazze, con le quali si scambiavano sorrisi e sguardi, alternandoli con quelli diretti verso il porto, dove era cominciata una sparatoria. Ma che cosa era successo giù al porto? La nave sconosciuta aveva issato una bandiera rossa, che tra i simboli della marineria indicava un’avaria alle macchine. Era uno stratagemma, ma i militi di guardia non lo sospettarono e mollarono una lancia per andare a vedere di che cosa la nave aveva bisogno: appena la lancia fu giunta sottobordo, uomini armati intimarono ai militi di salire e li presero in ostaggio. Contemporaneamente alcuni componenti dell’equipaggio, armati, si impossessarono della lancia e sbarcarono in prossimità del corpo di guardia, reclamandone la resa, pena la morte degli ostaggi. Tra questi uomini vi erano Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, i capi della spedizione. I militi comunque reagirono, ecco la sparatoria che si udì dalla chiesa; vi fu un morto, ma alla fine il comandante della guarnigione si arrese. Allora i tre rivoltosi incominciarono a parlare alla gente, che pur mantenendosi a distanza, era venuta a vedere che cosa stava succedendo. Ma era difficile per i ponzesi capire i
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discorsi di quei signori: parole come libertà, rivoluzione, soppressione del tiranno, socialismo, uguaglianza, eliminazione dei privilegi dei nobili e dei preti, maggiore benessere per tutti e poi ancora unificazione dell’Italia, Repubblica, costituzione, rappresentavano concetti astratti, affatto sconosciuti ai più e che faticavano ad entrare nelle loro menti, abituate alla lotta per la sopravvivenza attraverso la dura fatica, rigidamente inquadrate in un ordine sociale immutabile, benedetto da Dio e dal re. Anche Totonno e Ciccillo ascoltarono quelle parole e anche per loro non era facile assimilarle: purtuttavia nelle loro giovani menti, rese fertili dall’esercizio e dalle difficoltà del loro lavoro, nacque un germoglio, un dubbio, una riflessione. Ecco un’altra parola “riflessione”, del tutto ignota a chi passa la vita a lavorare nei campi o sulle paranze. Dove lo si trova il tempo per riflettere se si deve zappare, piantare, raccogliere oppure remare, tirare le reti, riavvolgerle? La riflessione si addice ai ragazzi che conoscono Platone, Cicerone e Giordano Bruno; oppure ai poeti che tralasciano gli studi leggiadri e le sudate carte per sentire il canto di una fanciulla. Eppure i due ragazzi quel giorno cominciarono a riflettere; essi conoscevano bene il loro mondo, che pur ristretto in una piccola isola, mostrava molto marcatamente l’esistenza delle classi sociali. In fondo a tutti c’erano i prigionieri, i coatti, ai quali ogni diritto umano era negato. Costretti a lavorare 12-14 ore al giorno per trasportare pietre, costruire parracine e case, spianare sentieri, sradicare vegetazione incolta per poi ritirarsi nei cameroni, mangiare una razione di rancio e poi dor
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mire uno addosso all’altro, senza aria né luce. Erano per la maggior parte condannati per delitti “comuni”; ma qual è la vera distinzione tra delitti comuni e delitti politici? Vi erano anche detenuti politici, la cui unica colpa era stata di dissentire dalle idee della classe dominante. Quando qualcuno dei coatti commetteva atti di indisciplina o disobbedienza, veniva inviato al Bagno Penale, oggi divenuto, con il nome di Bagno Vecchio, una deliziosa rada per stupendi bagni, dove veniva abbandonato, in catene, in una serie di piccole caverne, tuttora esistenti, a picco sul mare e ripreso, se ancora vivo, al termine della pena. Vi era poi il popolo, costituito da famiglie di contadini e pescatori, provenienti da Ischia o da Torre del Greco, le cui condizioni di vita non erano poi tanto migliori di quelle dei coatti, con la sola differenza che erano allo stato libero, sempre che non commettessero disobbedienze ai gendarmi o delitti. Infine vi era la classe privilegiata, costituita dai gendarmi, dai loro sottoufficiali, ufficiali e comandanti, dai funzionari statali, da poche persone benestanti, soprattutto commercianti e armatori di piccole navi che divenivano poi anche autorità locali. Questi non è che facessero una vita di lusso, ma la loro condizione era di gran lunga superiore a quella degli altri strati della popolazione locale. Ecco che i due ragazzi intravidero in quelle parole una descrizione del loro piccolo universo e anche una possibilità di cambiarlo. Inoltre, il mondo che esisteva al di là del mare, sulla terraferma, per loro era un mondo favoloso, chimerico, di cui avevano sentito parlare dai marinai e viaggiatori, ma
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che non riuscivano a raffigurare. Ecco che ora apprendevano che quel mondo era in fermento, attraversato da rivolte e guerre, mentre sull’isola tutto era immobile, sempre uguale a se stesso, l’unico cambiamento essendo quello derivante dall’alternarsi delle stagioni. Ovviamente nulla di pratico si originò nel loro comportamento a seguito di quei discorsi. Si unirono alla folla che incominciò a disperdersi prima lentamente, per poi trasformarsi in una vera fuga quando videro aprirsi le porte delle prigioni e uscirne i coatti. Allora ognuno cercò rifugio in casa, serrando alla bell’e meglio le porte normalmente lasciate aperte: molti preferirono rifugiarsi nei terreni che coltivavano, nascondendosi nelle caverne che servivano da deposito per gli attrezzi. La famiglia di Totonno coltivava un appezzamento di terra al Fieno, un tratto di costa scosceso nella parte occidentale dell’isola, di fronte alla stupenda Palmarola e a fianco della mitica spiaggia di Chiaia di Luna. Decisero di recarsi là e invitarono a seguirli anche la famiglia di Ciccillo. Anche altri ebbero la stessa idea e una piccola carovana si avviò di corsa sul ripido sentiero che conduceva al Fieno, tra cui, con grande gioia dei due ragazzi, anche le famiglie di Luisella e Civita. Giunto sul posto il gruppo si organizzò così: donne e bambini furono sistemati nelle grotte, mentre gli uomini si alternavano a fare la guardia all’imbocco del sentiero, alcuni armati di forcone, altri di fucile da caccia, nel caso che qualche malintenzionato fosse venuto a disturbare. In una caverna fu accesa una brace, avendo cura di mascherarla bene sì che non fosse visibile da lontano. I pesci di Totonno e Ciccillo ebbero
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grande successo, insieme con una sporta di “rutunni” che un altro pescatore aveva portato. Il vino, in quel luogo, non mancava di certo, ben conservato nelle grotte-cantina. Era una notte limpidissima, la luna piena tracciava sul mare appena increspato una scia argentea che idealmente univa Palmarola alla spiaggia di Chiaia di Luna, la quale rifletteva la luce lunare rendendola iridescente e arricchendola di tenui sfumature di mille colori. In una notte così, i due ragazzi trovarono il coraggio di scambiare qualche sorriso e qualche discorso con le due fanciulle che a loro sarebbe piaciuto “discorrere”, sotto lo sguardo vigile dei genitori delle due figliole, che pure facevano finta di non vedere. All’alba, toccò proprio a loro fungere da esploratori, recarsi al porto per vedere che cosa fosse accaduto. I due dopo un po’ tornarono e portarono la notizia che Pisacane era partito portando con sé qualche centinaio di prigionieri; ma era prudente non muoversi ancora, perché molti coatti erano ancora in giro, liberi, sull’isola. Verso mezzogiorno arrivò la notizia che era giunta una nave militare proveniente da Gaeta, allertata da una paranza che il parroco don Giuseppe aveva messo in mare. Allora il gruppo del Fieno si avviò per rientrare a casa e da quel momento, lentamente, la vita riprese a scorrere sull’isola come prima, ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa, uomini e donne compresi. Qualche tempo dopo, viaggiatori provenienti dal continente portarono la notizia che la rivolta propugnata da Pisacane era fallita, che tutti i rivoltosi erano stati sterminati o catturati, il che a molti fece piacere, ma non a Totonno e Ciccillo. Evidentemente il germe lasciato dai discorsi di Pisacane e Nicotera continuava a lavorare nelle loro menti, tanto che spesso ne parlavano tra di loro, in gran segreto. Così, quando tre anni dopo una nave garibaldina attraccò a Ponza – sulla cui torre ancora sventolava il vessillo borbonico e, in quattro e quattr’otto si disfece della guarnigione ed issò la bandiera tricolore, annunciando la fine del regno delle Due Sicilie – i due ragazzi, ormai diventati uomini, non esitarono e chiesero di imbarcarsi anche loro per seguire quello che era diventato anche per loro un sogno di libertà.

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Sinfonia

Il giallo sulfureo,

testimone d’inferno,

subitaneo macchia

il paradisiaco bianco;

il marrone insegue il beige,

il nero memore di seppia

s’incrocia col verde del muschio,

meravigliosa sinfonia di colori.

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Cartoline

Svettano tra i picchi di rocce riarse

gli aculei e i frutti delle palette,

contendono misere gocce d’acqua

all’agave, ai rovi e alle ginestre.

Inconfondibile mi porta il vento

del selvatico finocchio aspro l’odore,

che sovrasta la salvia e il rosmarino

e sfida gli alti alberi da frutta.

Al calar dell’estate da buie grotte,

da casupole, da umide cantine

effluvi si espandono del palpitante

Aggressivo, sferzante nel crudo inverno,

sensuale, ammaliante in primavera,

avvolgente, tiepido nell’estate

su tutti domina l’immenso mare.

Ascolti il palpito delle sue onde,

assaggi il suo indescrivibile sapore,

non puoi sfuggire ai mille suoi colori,

in lui ritrovi il senso della tua genesi.

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Fatti non foste a viver come bruti

Silverio non aveva mai visto il suo amico Riccardo così eccitato come quel giorno, il 28 luglio 1943. Diciamo che era un suo amico, anche se la differenza di età, di cultura e di rango sociale era notevole: ma tra i due si era stabilita negli ultimi due anni una corrente empatica che ci consente di usare il termine amicizia per il rapporto che li legava. Riccardo era eccitatissimo, non stava fermo un minuto, continuava a chiedere a Silverio “Ma sei sicuro che sia lui? Non ti sbagli? Lo hai visto proprio tu con i tuoi occhi?” E Silverio “Certo che è lui, me lo ha confermato anche Giuseppe, il carabiniere di turno alla sua scorta. E poi l’ho visto quando è sbarcato, perché stavo facendo il chierichetto al parroco che lo è andato a ricevere, ed era proprio tale e quale alle fotografie che stanno sui manifesti e negli uffici comunali” “Allora, è vero, è finita, è finita la dittatura, lui sta provando quello che abbiamo provato noi!” Tra poco saremo liberi! Liberi!” L’eccitazione, anzi direi l’esaltazione di Riccardo gli faceva precorrere i tempi, ma comunque non si sbagliava: di lì a poco tutti loro, lui e i suoi compagni di confino, sarebbero stati liberati e poi sarebbe toccato anche a tutti gli italiani, o meglio a tutti quegli italiani che avevano per 20 anni tenuto duro, che non si erano arresi al soverchiante strapotere della dittatura fascista. Ma voi lettori, che siete sempre incorreggibilmente indisciplinati e impazienti, vi starete chiedendo: ma chi sono questi due personaggi che l’autore inopinatamente ci sta propinando senza averceli presentati, in medias res, come dicono quelli che si ostinano a usare il “latinorum”? E va bene, vi faccio contenti e ve li presento, non senza aver precisato che si tratta di personaggi assolutamente immaginari, partoriti dalla fantasia dell’autore – che poi sarei io – anche se potrebbe avvenire che alcuni personaggi reali, per mero caso, somigliassero loro. Cominciamo da Silverio, un ragazzo ponzese di circa 13 anni (se volete sapere l’età esatta andatevela a cercare negli archivi anagrafici), più alto dei suoi coetanei ma egualmente magro o, per meglio dire, smagrito, in quanto in quel tempo tutti i meno abbienti abitanti dell’isola, cioè la maggior parte, erano costretti a seguire quella che potremmo definire una dieta quasi vegana ante litteram: ortaggi, legumi, frutta, qualche pesce e raramente qualche pezzo di pollo o di coniglio cucinati alla ponzese. I capelli ricci e neri incorniciavano un volto dai lineamenti regolari e gli occhi rivelavano un’intelligenza acerba: era insomma ’nu bellu guaglione, che cominciava ad attirare le occhiate furtive delle ragazzine. Silverio era il quarto di dodici fratelli e sorelle, di cui solo otto erano sopravvissuti, e lavorava insieme con il padre e i fratelli il pezzo di terreno che i nonni, ischitani, avevano ricevuto in enfiteusi dai Borbone. Le bocche da sfamare erano tante e la produzione agricola non sempre bastava alla bisogna. Ma perché, direte voi, ficcanaso di professione, perché Francesco e Candida, i genitori di Silverio, procreavano così tanti figli?
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Bravi! Ma secondo voi che cosa avrebbero dovuto fare i due coniugi, visto che in quel tempo la sera non era possibile assistere a “Un posto al sole” o a “Ballando sotto le stelle”, se non dedicarsi al loro “ballo” sotto le stelle, d’estate, o nell’unico camerone della loro casa a grotta d’inverno? Per di più, i precetti religiosi con i quali erano stati educati erano molto rigidi. E poi, un proverbio popolare non afferma che “i figli sono abbondanza”? Veniamo ora a Riccardo. Era originario di Firenze, docente universitario di filosofia, uno dei pochi che aveva rifiutato di giurare fedeltà al Regime. Alto e magro con un’incipiente calvizie, la barba risorgimentale era quasi un contrassegno del suo essere socialista, nonostante l’appartenenza a una famiglia alto borghese, persino con qualche quarto di nobiltà. Dopo la scissione di Livorno era confluito nel partito comunista e aveva subito una serie di persecuzioni, fisiche e morali, nonostante la sua famiglia avesse cercato di proteggerlo in ogni modo, anche con l’appoggio del vescovo di Firenze. Era anche entrato in clandestinità ed aveva tenuto contatti con i compagni rifugiati all’estero, ma alla fine era stato arrestato con l’accusa di propaganda sovversiva e, dopo alcuni mesi di carcere, inviato al confino a Ponza. Qui aveva avuto il permesso di farsi raggiungere della moglie Stefania, la quale era poi rimasta incinta. Era stato proprio a causa dello stato di Stefania che Riccardo aveva conosciuto Silverio. Una sera d’ottobre, all’imbrunire, Riccardo si disperava parlando con i suoi amici seduti sul muretto di fronte al Caffè Tripoli: a Stefania era venuta una voglia di ricci di mare e lui non sapeva proprio come procurarglieli. Silverio, passando di lì per caso, aveva udito le parole di Riccardo e subito aveva esclamato “Prufessò, nun ve preoccupate: sacc’io addò l’aggia truvà”. Detto fatto, nonostante il freddo autunnale, ancorché moderato da belle giornate di sole, Silverio era sceso alla Parata con un coltello, una lanterna e un cesto che presto si era riempito di ricci rigorosamente di sesso femminile. Con grande gioia di Riccardo giunsero in fretta al monolocale che avevano affittato, dove Silverio si mise subito all’opera, spaccando i ricci con un coltello e depositando le uova su un piattino che porse alla signora. Nella stanza, su uno scaffale, Silverio aveva visto diversi libri, quelli che la censura aveva consentito a Riccardo di tenere e al ragazzo era venuto spontaneo domandare “Prufessò, ma vuje l’avite liggiute tutte quante? Viate a vuje ca sapite leggere!” A queste parole Riccardo si era quasi commosso, perché aveva capito che nello stupore e nel rammarico di Silverio vi era qualcosa di sincero e gli aveva chiesto “Perché, a te piacerebbe imparare a leggere e a scrivere?” Silverio era rimasto in silenzio, incerto sulla risposta da dare. Ma poi aveva detto con un sospiro “Sì. Ma comme faccio a gghì ’a scola? Io aggia faticà, nuje nun tenimmo ’e sorde p’ ’e libbre”. E Riccardo, d’istinto, “Non ti preoccupare, se vuoi io e mia moglie possiamo insegnarti”. Da allora, appena poteva, Silverio si recava a casa di Riccardo e, dopo aver combattuto con rovi e guastaccetti, iniziava la sua battaglia con grammatica, ortografia, coniugazioni e declinazioni. A Francesco, il padre di Silverio, questa frequentazione non è che andasse proprio a genio e allora, seguendo metodi puramente montessoriani, vale a dire qualche parolaccia e due schiaffoni, aveva proibito a Silverio di fare visita a Riccardo. Ci volle un intervento di Riccardo e Stefania, che un giorno si presentarono nella casa a grotta di Francesco, per convincerlo, con mille argomentazioni, a ritirare il suo veto e a permettere al figlio di continuare con le “lezioni private” che il ragazzo seguiva con buon profitto, tanto è vero che, come abbiamo visto all’inizio di questo racconto, riusciva a esprimersi in un italiano accettabile, a leggere testi non impegnativi e a far di conto. Ma torniamo a quel 28 luglio del 1943. L’isola era in subbuglio, i militi non sapevano più che fare, i comandanti che pesci pigliare, la popolazione esultava, oltre che per la fine del regime fascista, anche perché credeva che la guerra fosse finita, mentre molti fascisti ponzesi cominciavano a preoccuparsi e a cercare un posto dove sotterrare fez, orbace e stivaloni. Ma l’annuncio del nuovo capo del governo, maresciallo Badoglio, “La guerra continua”, tolse ogni speranza, rimandando di un mese e mezzo la vera fine della guerra contro gli alleati e l’inizio di uno dei periodi più tragici e nefasti della storia patria. Dopo pochi giorni, Riccardo e Stefania lasciarono l’isola, salutando commossi il loro giovane amico. Facciamo un salto nel tempo e arriviamo al settem
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bre del 1946. Riccardo, tornato a Firenze, aveva ripreso la militanza nel partito comunista e nei partigiani, poi, finita la guerra, l’insegnamento universitario. Silverio invece continuava la vita di sempre, il lavoro della terra, solo che ora leggeva i giornali, alcuni libri che gli aveva lasciato Riccardo e altri che aveva trovato in canonica o nella biblioteca comunale. Ma non basta. Aveva anche cominciato lui a insegnare i rudimenti del leggere e scrivere a suo fratello Antonio, a sua sorella Civita e al suo amico fraterno Salvatore; i risultati non sempre erano soddisfacenti, gli sbruffi e i tentativi di evasione non mancavano, ma, tutto sommato i suoi allievi lo seguivano. Ed ecco che un bel giorno dal vapore in arrivo da Napoli sbarcano Riccardo, Stefania e il loro figlio, il piccolo Enrico, che Silverio aveva salvato dalla voglia di riccio. Molto graditi da Silverio furono i doni che ricevette: un completo da scrittura composto da due penne, due calamai e quattro pennini, oltre a molti libri. Ma lo scopo del viaggio a Ponza – oltre a quello di rivedere l’isola alla quale, nonostante tutto, si erano affezionati – era di fare una proposta ai genitori di Silverio: cioè di portare il giovincello, ormai sedicenne, a Firenze, fargli completare gli studi e poi avviarlo a un lavoro intellettuale, tutto a spese loro. Sulle prime Francesco e soprattutto Candida non ne volevano sapere, ma la coalizione tra Riccardo, Stefania e Silverio alla fine ebbe la meglio, anche per il non trascurabile contributo dato da Enrico, che si era subito affezionato a Silverio, che gli aveva insegnato a nuotare, a pescare, ad andare in giro in quella piena libertà adusa ai ragazzi ponzesi, affatto ignota ai ragazzi cittadini. Veniamo all’epilogo, prima che voi lettori diventiate impazienti. Silverio studiò, completò gli studi inferiori e superiori e poi si iscrisse all’Università per laurearsi in filosofia con il massimo dei voti, per poi cominciare subito a lavorare come assistente di Riccardo. Tutto sembrava sistemato, ma un’oscura inquietudine albergava nell’animo di Silverio; un giorno, all’età di 34 anni, quando sembrava avviato a una brillante carriera universitaria, avendo appreso che a Ponza vi era un posto libero da professore, prese una decisione subitanea; partecipò al concorso, naturalmente lo vinse e tornò nella sua isola per educare i giovani suoi conterranei, insegnando loro non solo le materie scolastiche, ma anche e soprattutto il rispetto dei valori morali e civili. Non a caso incominciava sempre i suoi corsi con il verso dantesco “Fatti non foste e viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”

 

FINE PRIMA PARTE

Continua…