DECAMERINO 5° giorno: Storie di gatti – Racconto

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In questo periodo in cui siamo costreti in casa, per passare un po’ di tempo, vi propongo a puntate un mio vecchio racconto tratto dal Libro “Racconti dall’isola” , ormai esaurito.

MUTUANDO IL DECAMERONE QUESTA SERIE DI RACCONTI – ALLA QUALE I LETTORI SONO INVITATI A PARTECIPARE CON LORO RACCONTI – LA CHIAMEREMO UN PO’ PIU’ MODESTAMENTE

DECAMERINO QUINTO GIORNO

Storie di gatti

Tom è un gatto siamese, figlio di Gedeone, patriarca e capostipite dei siamesi dell’isola . Arrivò, nella nostra casa di terraferma, una mattina di settembre del ’97. Aveva due mesi, due stupendi occhi azzurri dolcissimi e due particolarità: adorava i cachi e stravedeva per le olive di Gaeta snocciolate. Col tempo scoprimmo che aveva anche una fame insaziabile. Non ci mise molto a conquistare tutta la famiglia e diventarne parte integrante, amato e coccolato da tutti. Passò l’autunno, l’inverno, la primavera e tornò l’estate.

Il suo primo compleanno lo festeggiò sull’isola, dove la sua ”famiglia”, originaria del luogo, era tornata, come tutti gli anni a trascorrervi l’estate. Quell’estate Tom la passò a farsi delle gran mangiate di pesce pescato da Eligio,  ad ispezionare tutta la sua “tenuta” isolana e a dormicchiare seguendo l’ombra per tutto il terrazzo. Mai a rincorrere una farfalla, mai a inseguire una delle centinaia di lucertole che si crogiolavano al sole  nelle scale di casa, mai a mostrare interesse per qualcuno di quei topi di campagna che ogni tanto gli passavano sotto il naso senza che facesse il minimo tentativo di inseguirlo. Si limitava ad aprire un occhio quando qualcuno di questi esseri viventi si avvicinava a lui fino a sfiorarlo. Nulla  di più. Sembrava che avesse un solo “stato d’animo” : noia, noia, noia.

L’unica attività in cui si impegnava, con successo, era quella di tenere lontano dal “suo” territorio i molti gatti della zona, che, attirati dagli “odori” di casa, ed in particolare da quelli emanati dalle frequenti grigliate di pesce, cercavano di invadere l’area di competenza di Tom. Ma lo faceva senza “cattiveria” con distacco quasi professionale, cacciava l’intruso si, ma senza infierire, si limitava a fare la faccia cattiva, qualche ringhio, e al massimo un accenno d’inseguimento che sospendeva appena “l’invader” girava le terga e scappava a gambe levate.

I comportamenti un po’ snob di Tom non sfuggivano a nessuno della famiglia, ed a volte erano argomento di conversazione, in particolare durante la cena, con Tom che si allungava fino all’altezza del tavolo, per vedere cosa stavamo mangiando e valutarne il suo gradimento con delle “sniffate” veramente espressive. Ma, a parte questo, avevamo tutti l’impressione che capisse che stavamo parlando di lui, e con quei suoi affacci, era come se volesse sentire meglio cosa si dicesse di lui. Ovviamente, ci dicevamo che la nostra era solo una suggestione collettiva: Tom era un gatto come tanti. Lo dicevamo  – è vero – ma nessuno di noi ne  era veramente convinto.

Tutti, sia pure in maniera diversa, pensavamo, senza dirlo, che Tom fosse un gatto “speciale”.

Verso la fine dell’estate, in una serata di pioggia che annunciava l’autunno, un piccolo batuffolo nero, bagnato fradicio, si riparò sotto la porta della cucina, che affacciava direttamente sul terrazzo. Tom, che dormicchiava come al solito su una sedia, appena lo vide,  scattò verso di lui, col chiaro intento di scacciare l’intruso. Il batuffolo invece di scappare a gambe levate, come di solito facevano gli altri gatti, che “sconfinavano” nel territorio di Tom, si appiattì sullo stipite della porta e divenne, se possibile, ancora più piccolo. Chiuse i suoi grandi occhi gialli, ma rimase lì, non fuggì. Tom si avvicinò con fare minaccioso, ma dopo pochi istanti, il suo piglio aggressivo si trasformò in rapida sucessione prima in curioso e poi in affettuoso. Infatti dopo qualche istante di annusamenti, cominciò a leccare il batuffolo bagnato. Di lì a poco capimmo che si trattava  di una gattina, malandata, denutrita e, per di più, in stato avanzato di gravidanza. In maniera misteriosa aveva chiesto aiuto e asilo a Tom.

Naturalmente a nessuno di noi passò per la testa di non essere d’accordo con lo spirito di accoglienza di Tom. La gattina, molto diffidente ed impaurita dagli uomini, mangiò, ma non  si lasciò toccare da nessuno, e poiché nel frattempo la pioggia era cessata si allontanò dalla casa, accompagnata dallo sguardo “stupito e preoccupato” di Tom. Nei giorni successivi la gattina nera era sempre lì, continuò a gironzolare intorno casa, ma tenendosi sempre a debita distanza da noi. Si faceva avvicinare esclusivamente da Tom e mangiava il cibo che gli davamo, solo se portato a una certa distanza dalla casa e quando nessuno di noi “umani” era nei paraggi. Insomma era quello che noi in dialetto definivamo un gatto “foresto”, che stà per selvatico.

Un pomeriggio, non molto tempo dopo quella sera di  “tregenda”, io e mia moglie stavamo riposando nella nostra stanza da letto, al piano di sopra, quando fummo svegliati da strani miagolii  di Tom, il quale  sembrava chiaramente voler “chiamare” mia moglie Lucia. Dopo qualche istante durante i quali ci guardammo come per dire: ” percepisci anche tu che Tom sta “chiamando”?”, Lucia seguì Tom al piano di sotto, ed io segui entrambi. In mezzo alla stanza c’era la gattina nera, in chiara fase di contrazioni pre parto, che ci guardava con occhi imploranti, aveva dismesso tutto il suo atteggiamento selvatico, adesso chiedeva aiuto! Imbottimo rapidamente una scatola con delle stoffe dismesse e la posizionammo in un angolo “riservato” della nostra cucina, adattata a sala parto.

Sotto lo sguardo tra il curioso e l’amorevole di Tom, in rapida successione, vennero alla luce tre gattini, due femmine ed un maschio, tutti rigorosamente europei e di un nero intenso come quello della madre. Nei giorni seguenti la vita di Tom continuò a scorrere come prima: lunghe dormite tra un pasto e l’altro ed ispezioni al suo territorio, per tenere lontano gatti estranei. Ma, ogni volta che Mimma, cosi avevamo battezzato la puerpera, si allontanava dai suoi piccoli per motivi fisiologici, Tom lasciava le sue, peraltro scarse, occupazioni e montava un’amorevole e paziente guardia alla scatola con i gattini. Si comportava come un papà diligente e premuroso. Tom certo non era il papà  naturale di quei gattini neri che avevano, tutti e tre, gli occhi azzurri… come  Tom. Dopo la grande dimostrazione di altruismo e dedizione di Tom, a tutti noi sembrò scontato che Mimma entrasse a far parte a pieno titolo della famiglia. Non avevamo calcolato la gelosia e la permalosità caratteriale dei siamesi.

Passati i primi giorni, distratto dai suoi compiti “paterni,”  Tom cominciò a realizzare che Mimma ed i suoi figli, avevano conquistato una quota di coccole di cui lui era stato, fino ad allora, l’esclusivo destinatario. Questa  consapevolezza aumentò man mano che gattini crescevano. Insieme alla percezione della perdita della totalità delle attenzioni crescevano lentamente gli atteggiamenti di malcontento fino a sfociare in aperte “scenate” di gelosia. Queste ultime furono assolutamente inequivocabili quando i tre gattini neri furono opportunamente collocati presso parenti ed amici, e a Tom fu definitivamente chiaro che avrebbe dovuto dividere la casa, cibo e  affetti con Mimma. Certe volte voltava le sp vlle in maniera così irata che ti sembrava veramente che stesse per raccogliere la sua roba  e, indignato, far fagotto verso altri lidi. Bisognava fargli un sacco di carezze per calmarlo, non farne assolutamente a Mimma, e così piano piano rinunciava ai suoi propositi di esilio volontario.

La cosa periodicamente si ripeteva e alla prima disattenzione nei suoi confronti o davanti a qualche carezza data a Mimma in sua presenza, voltava le spalle e si allontanava indignato da casa anche per qualche giorno. Non erano fughe d’amore – quelle avevano altre caratteristiche, comportavano dei ritorni a casa con evidenti ammaccature da scontri con altri maschi – erano fughe di gelosia. Mimma veniva, da Tom, costantemente perseguitata, inseguita, malmenata, tanto che qualche volta bisogna intervenire per evitare che le facesse male. Per farlo star buono bisognava accarezzarlo in assenza di Mimma, se non la vedeva riusciva anche a lasciarsi andare a delle timide fusa, ma se la gatta era nei paraggi, non c’era nessun tipo di carezza che potesse gratificarlo del classico ron-ron. Insomma una situazione di guerra fredda con continui incidenti di frontiera.

Un gatto rosso, dalla faccia “buona”,  gironzolava intorno casa, da un po’ di tempo, non si capiva bene se interessato ad accasarsi presso di noi o se attratto dalle grazie di Mimma. Erano inseparabili  dove andava Mimma là andava il Rosso. Tom osservava da lontano con apparente distacco.

Una tranquilla e tiepida giornata di primavera, eravamo sdraiati a cogliere qualche raggio di sole nel cortile davanti casa, in quell’orario pomeridiano durante il quale, se non hai impegni  improcrastinabili è dolce lasciarsi andare a qualche minuto di dolce far niente. Il solito gatto Rosso era in estatica contemplazione di Mimma su un muretto nei pressi del cancello d’ingresso.

Tom girava le spalle a tutti  e sembrava assente, lontano, assorto nei suoi”pensieri”. Su tutti dominava, dal suo balcone, Stella, la cagnetta  yorkshire meticcia , di Jolanda nostra vicina di casa. Un quadretto veramente idilliaco. Poi all’improvviso come il classico  fulmine a ciel sereno, il dramma!

Il cancello elettrico si stava chiudendo lento ed inarrestabile, Mimma si distrasse un attimo, forse per un complimento sussurratole dal Rosso, o forse per seguire i movimenti della colf che era uscita dal cancello, ma il fatto è che rimase incastrata con il collo tra il cancello scorrevole ed il battente di fine corsa. Non aveva neanche la possibilità di miagolare per chiedere aiuto perché praticamente strangolata. Tom in un attimo si fiondò verso la gatta  incastrata nel cancello levando alti miagolii che avevano un che di straziante. Si avvicinò a lei come se volesse far qualcosa per aiutarla e nel frattempo continuava a miagolare come per chiedere aiuto a chi poteva. Si uni al coro, dal balcone la cagnetta di Jolanda, abbaiando con quanto fiato aveva in gola. Poi con un’agilità insospetta saltò miagolando disperatamente sulla sdraio di mia moglie, svegliandola dal torpore in cui si era tutti caduti.

Tutto si svolse in pochi secondi: Lucia percepì fulmineamente la situazione e si precipitò, irrazionalmente ma emotivamente, verso Mimma. Mentre nostro figlio Salvatore, più freddamente , si fiondò verso il pulsante che comandava elettricamente l’apertura del cancello. Dopo qualche attimo, che sembrò interminabile, il cancello si aprì. Mimma liberata dalla pressione  stramazzò a terra esamine. Pensammo al peggio. Ma lentamente, sotto gli occhi sgranati di Tom, Mimma si riprese e nel giro di poco tempo tornò pimpante e scattante come sempre. La piccola meticcia di Jolanda continuò ad abbaiare dal balcone, con voce stridula, per molto tempo. Forse per questo motivo il Rosso era sparito.

La gelosia di Tom nei confronti di Mimma è rimasta, ma spesso ci capita di vedere Mimma che lecca Tom e Tom, lascia fare.

FINE

Franco Schiano