IL PRESTITO – Racconto di Emilio Iodice

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IL PRESTITO
Una storia vera di saggezza e di compassione

Emilio Iodice

Tratto da I RACCONTI DEL PORTO

In posti remoti dove le famiglie vivono gomito a gomito, talvolta si uniscono. Ciò accade a prescindere dalla necessità e dal desiderio. Nei secoli addietro i clan ponzesi, grazie ai matrimoni, si univano per mettere al mondo dei bambini spesso straordinari. Essi navigarono per i sette mari, dimostrando grande esperienza e, a volte, perfino eroismo. Il risultato fu che queste famiglie diventarono esperti agricoltori in una terra difficile, oltre ad essere immigrati di valore che arricchirono lo spirito di altre nazioni, grazie al loro duro lavoro, al sacrificio e all’ambizione.

La dinastia di Salvatore Sandolo e Maria Aprea ne fu un esempio eloquente. Si sposarono prima dell’avvento del secolo scorso. Lasciarono un segno duraturo che si estese oltre i loro figli e nipoti e raggiunse i loro pronipoti e perfino gli abitanti della Perla del Mediterraneo.

***

Salvatore e Maria erano sposati da oltre vent’anni. Si conoscevano così bene che se uno di loro iniziava una frase, l’altro era in grado di terminarla. A volte sembrava che avessero la capacità di leggersi nel pensiero. Erano una coppia unita in tutti i sensi del termine. Le loro faccende personali e patrimoniali erano intrecciate e nella vita condividevano i medesimi obiettivi.

Unirono due lignaggi di successo: i Sandolo e gli Aprea, per produrre una forte stirpe di discendenti che ebbe un’importante influenza sul futuro di Ponza e perfino degli Stati Uniti. Ebbero undici figli, sette femmine e quattro maschi. Maria si assicurò che ciascuno avesse una buona educazione.

I ragazzi, in particolare, furono addestrati a diventare capitani marittimi e leader di successo nel loro campo. Quattro figlie di Salvatore e Maria sarebbero andate in America, mettendo su famiglia negli Stati Uniti. Una figlia sarebbe poi diventata una delle insegnanti più rinomate dei figli di Ponza e l’altra sarebbe andata in sposa ad uno dei più grossi proprietari terrieri d’Ischia.

Per decenni, il fratello di Salvatore fu il parroco della chiesa di Le Forna; era il simbolo della forza e della saggezza. I nipoti di Salvatore diventarono medici, farmacisti e avvocati. Uno fu sindaco di Ponza per oltre vent’anni.Era una famiglia attiva e di successo, forte, intelligente e appassionata.
Maria Aprea apparteneva ad una famiglia di commercianti, parsimoniosi e intelligenti, capivano nei dettagli il modo intricato di condurre gli affari e, soprattutto, di maneggiare e investire il denaro.
Salvatore riusciva a malapena a leggere e scrivere, ma era un accorto imprenditore che conosceva gli affari della pesca e della distribuzione delle aragoste come pochi altri della sua generazione. Lui e i suoi fratelli iniziarono come semplici pescatori senza educazione e con scarsa esperienza del mondo circostante, come tanti altri ponzesi verso la fine del Secolo XIX. Era in società coi fratelli negli affari della pesca. Lavoravano molto bene insieme e raramente avevano discussioni, forse per il seguente motivo: lasciavano al loro fratello sacerdote la cura delle finanze e degli affari, in modo che tutto fosse sotto controllo. Era un modo di procedere saggio e necessario che evitava loro compiti gravosi. Col tempo, ciascuno prese la sua strada con successo in qualsiasi campo si impegnassero.

Salvatore lavorò molto duramente per acquistare un bastimento tutto suo e iniziare a pescare e vendere aragoste che all’epoca erano molto abbondanti a Ponza. A poco a poco risparmiò abbastanza soldi per dare un acconto per l’acquisto di una goletta. La prima fu battezzata La Filomena in onore di sua madre e della figlia maggiore. Alcuni anni dopo riuscì a comprare e a varare una seconda barca, il San Salvatore.
Dagli inizi del 1930 vendeva aragoste in varie parti del Mediterraneo. Aveva i principali centri di distribuzione a Barcellona, Marsiglia e Nord Africa. Salvatore conosceva le rotte marittime con maestria e precisione. Era in grado di guidare le sue navi con qualsiasi condizione meteorologica e individuava le rotte migliori e più brevi in modo che riusciva a condurre in porto il suo bastimento, in tempo e senza rischiare di perdere il suo prezioso carico. Le sue golette avevano come equipaggio esclusivamente pescatori di Ponza; si sentiva responsabile delle loro vite e dei mezzi di sussistenza delle loro famiglie.
Dopo aver scaricato le sue aragoste in Francia o Spagna, egli acquistava ogni genere di beni di consumo compresi i tessuti, il sapone, i capi di abbigliamento, i fagioli, carne e pesce salati, formaggio, olive, farina, caffè, tabacco, tè e cioccolato. La maggior parte era destinata a nutrire la sua famiglia in crescita, ma un po’ era venduta anche ai negozianti di Ponza. Col tempo divenne un uomo facoltoso. Fu in grado di comprare molti appartamenti e magazzini nel porto di Ponza e dare a ciascuna figlia una dote di diecimila lire, quando a Ponza una casa costava meno di cinquemila lire..                                  EMIIO IODICE

Intorno al 1920 il governo italiano decretò che le navi di una certa stazza dovevano avere al comando un capitano munito di patente. Salvatore fu costretto ad assumerne uno alla guida della Filomena. Il viaggio proseguì con successo fino ad un certo punto. Avevano fatto il carico di aragoste con destinazione Marsiglia.
Salvatore sapeva esattamente quanto a lungo il suo carico avrebbe resistito. Conosceva la rotta più breve per raggiungere la destinazione e suggerì al comandante la rotta migliore da seguire.
– Sono io il comandante di questo bastimento e decido io quale rotta seguire – disse quello a Salvatore, il quale rispose:
– Però il padrone del bastimento e del suo carico sono io. Io ti ho assunto. Se non arriviamo a Marsiglia in due giorni, la maggior parte delle aragoste morirà.
Ma lui insistette:
– Tu sarai pure il proprietario, ma ho io il comando e la responsabilità della salvezza di questa nave e del suo equipaggio. Proseguiremo per la rotta che ho scelto.
– Tu non hai esperienza e il percorso che suggerisci richiede tre o quattro giorni! – 
urlò Salvatore.
Replicò il capitano:
– Se continui a disturbarmi ti metterò ai ferri!
Salvatore si rese conto che non aveva potere e che era in balìa di un pazzo arrogante. Tutte le aragoste morirono. Licenziò il comandante, ma tornato dai suoi quattro figli disse loro:
-Studierete per diventare capitani marittimi, in modo che nessuno farà a voi ciò che quest’uomo ha fatto a me.
Per Salvatore fu un’esperienza su cui riflettere, ma indusse ciascuno dei suoi figli a raggiungere i ruoli più alti della marineria e a comandare i propri bastimenti.

Salvatore aveva circa dieci pescatori a bordo di ciascun bastimento. All’epoca erano pagati in base al salario in corso, in più l’armatore dava loro pesci e cibo da portare a casa, una volta arrivati a Ponza.
Era un lavoro duro e pericoloso, quello del pescatore. L’esistenza era precaria, specialmente se sperperavano i loro soldi in vizi e, in particolare, col gioco d’azzardo. Dal momento che i pescatori erano pagati alla fine del viaggio, spesso ricevevano somme in anticipo per sostenersi fino al termine del viaggio. Qualcuno aveva l’abitudine di chiedere costantemente anticipi sulla paga, come nel caso di Pasquale.

Pasquale era un bravo marinaio e un pescatore esperto. Lavorava sodo. Aveva la moglie e tre figli. A Ponza avevano una casetta e pochi appezzamenti di terreno che coltivavano. Egli giocava d’azzardo e spesso Salvatore lo mise in guardia per questa sua abitudine. Salvatore proibì il gioco d’azzardo sul suo bastimento e ammonì i suoi uomini di stare molto attenti quando sbarcavano per qualche giorno a Barcellona o Marsiglia. Pasquale prese in prestito dei soldi da Salvatore perfino quando si trovava a Ponza e che gli venivano dati senza interessi. Di solito li restituiva nel giro di un mese ed erano sempre oltre cento lire. Aveva accumulato un debito di trecento lire, quando bussò alla porta di Salvatore:
– Ho bisogno di altre cento lire. Debbo comprare un nuovo mulo e delle sementi da seminare per il raccolto della prossima stagione.
Salvatore conosceva il vero motivo: i debiti di gioco. Se gli avesse dato dell’altro denaro, la situazione sarebbe peggiorata. La moglie di Pasquale era allo stremo e chiese a Salvatore di non dare altri soldi al marito, perché li avrebbe buttati via. Salvatore sperò di dargli una lezione, privandolo anche delle risorse che desiderava per alimentare il suo vizio.
– Certo, figlio mio. Sarò felice di darti altre cento lire. – Salvatore disse. – Maria,  prendi dal cassetto cento lire e dalle a Pasquale.
– Certamente – 
disse lei. Maria andò nella stanza e tornò dopo cinque minuti .
– Mi spiace, Salvatore – spiegò – ma nel cassetto non c’è nulla.
Salvatore guardò Pasquale.
– Vedi, figlio mio, se tu mi avessi portato i soldi, ora li avresti trovati, ma dal momento che non me li hai restituiti, ora non è rimasto nulla da darti. Torna a casa, Pasquale. Hai bisogno di ricominciare a vivere. Hai bisogno di lavorare sodo e di pagare tutti i tuoi debiti e smettere col gioco d’azzardo. Se non lo fai, distruggerai te stesso e la tua meravigliosa famiglia.

Sono orgoglioso di affermare che i miei antenati erano di Ponza e che Salvatore Sandolo e Maria Aprea erano i miei nonni.

 Emilio Iodice