DECAMERINO : ‘O RAZIONE (L’Orazione) – Racconto parte I

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In questo periodo in cui siamo costreti in casa, per passare un po’ di tempo, vi propongo a puntate un mio vecchio racconto tratto dal Libro “Racconti dall’isola” , ormai esaurito.

MUTUANDO IL DECAMERONE QUESTA SERIE DI RACCONTI LA CHIAMEREMO UN PO’ PIU’ MODESTAMENTE

DECAMERINO

 

‘O RAZIONE

Si chiamava Madonna dell’Arco ed era la più grande barca a motore di Ponza. Era lunga solo un po’ più di dieci metri. Eppure aveva questo primato, quando le barche da pesca, con il motore entrobordo, si contavano sulle dita di una mano.

Giosuè  la guardava come un padre guarda una figlia che dorme, con un misto di amore ed orgoglio.

Non riusciva a staccare gli occhi dalla Madonna dell’Arco mentre si dondolava indolente e maestosa nelle calme acque del porto borbonico dell’isola di Ponza.

Erano ormai settimane che non riusciva ad accantona­re l’idea che gli frullava per la testa: andare con la Madonna dell’Arco a Baia, nella zona Flegrea, a fare un carico di derrate alimentari di cui a Ponza si sentiva una grande necessità. Egli conosceva benissimo la zona essendo originario della vicina Isola d’Ischia.

Cosa lo tratteneva? Innanzi tutto sua moglie Maria Scarpati in Di Scala, detta comunemente Maria ‘e Sciammerica, che, con toni apocalittici, gli elencava tutti i rischi a cui andava incontro:

Primo: eravamo in guerra, gli alleati erano sbarcati in Sicilia. Napoli, Bagnoli, Salerno erano soggette a continui bombardamenti aerei;

“Giosuè, ma che vuo’ murì sotto ‘e bombe americane? Nun ‘e vide che tutti ‘e juorne e tutte ‘e notte Napule e tutta a zona so’ bumbardate? Ormai gli Alleati so’ sbarcate a Salerno. E che ce metteno pe’ arrivà a Napoli???” – Era l’ouverture con la quale Maria attaccava tutte le volte che Giosuè, sia pure indirettamente accennava a partenze o a problemi relativi alla carenza di generi alimentari che affliggevano l’isola ormai in maniera tragicamente endemica.

Secondo: tecnicamente si trattava di contrabbando, quindi una volta scampato il rischio delle bombe alleate si poteva incappare nelle maglie della legge di guerra che puniva severamente il commercio non autorizzato di generi ali­mentari che erano contingentati con la tessera annonaria.

Poi dopo una pausa studiata per accrescere l’effetto, continuava la sinfonia. “E poi se scanzi le bombe e te piglia a Finanza, nun ‘o saie che chist è contrabbando è borsa nera, e che te mettene ‘n galera e jettan ‘a chiave?? Che gli dici alla Legge?? Guardate che io sto facenne ‘o contrabbando perché all’isola di Ponza ‘a gente se more ‘e famme?? Che i generi alimentari non arrivano e quei pochi che arrivano bastano appena a non far morire di fame autorità e che ‘o popolo nun tene niente ‘a mangia.???.”.

Terzo: perché rischiare la pelle quando le cose in fondo andavano benino? Il commercio del pesce dava dei discreti guadagni. Poi c’erano i tre figli piccoli: come avrebbe fatto lei da sola a crescerli, senza il padre che già vedeva o morto o arrestato?

Infine, il gran finale, patetico: con voce rotta di pianto e immancabile lacrimuccia prontamente asciugata da un fazzoletto colorato: “Gesuere mio, perché vuoi correre questi rischi, le cose ci vanno benino. ‘A guerra prima o poi addà fernì, noi torniamo al nostro commercio di pesce e potremo crescere bene i nostri tre figli. Giosuè, ma tu ci pienze, si tu muore o t’arrestano comme faccio, io da sola, a portare avanti la famiglia? Che fine fanne cheste povere creature?? Giosuè ci pienze o non c’è pienze??”

Giosuè Di Scala, detto Gesuere ‘e Scíammerica, tutte queste cose le sapeva benissimo. Ma il suo spirito d’avventura era più forte. Tutte le volte che la parte razionale e pru­dente di Giosuè accantonava l’idea, l’altra parte ritornava veemente: sminuiva i rischi e ne esaltava tutti i vantaggi.

D’altronde era stato il suo spirito di avventura a portarlo a Ponza, prima come panettiere, poi come suonatore di concertino ed infine come commerciante di pesce o rigattie­re, come all’epoca si chiamava chi raccoglieva il pescato del­l’isola e lo rivendeva sui mercati del continente trasportan­dolo spesso con una propria imbarcazione.

I collegamenti con i piroscafi di linea non erano compatibili con il grado di deperibilità del pesce.

Inoltre l’affondamento del Piroscafo “S. Lucia”, avvenuta ad opera di aereosiluranti inglesi il 24 luglo del 1943, oltre alla tragedia per numerosi morti causati tra la popolazione dell’isola, aveva interrotto i collegamenti regolari con la terraferma isolando, se possibile, l’isola ancora di più.

*  *  *

Salvatore ‘o Luongo, 190 centimetri di esperienze sul­l’acqua salata corroborate dal servizio di leva nella Regia Marina, con il prestigioso Battaglione San Marco, presso la legazione italiana a Tien Sin in Cina.

Nessuna altra circostanza poteva accrescere la sua pro­pensione ad essere protagonista in fantastici racconti di mirabolanti avventure di ogni tipo, a cominciare dal fasci­noso viaggio di 36 giorni sul transatlantico “Conte Verde”, che lo aveva portato a Shangai, da dove avrebbe poi reggiunto la concessione italiana di Tien Sin.

Gaetano ‘a Bisuogna era l’altro membro dell’equipag­gio della Madonna dell’Arco, la barca di Giosuè di Scala che in una notte di settembre del ’43, vinte o meglio igno­rate le resistenze della moglie, partì per la sua spedizione marittima-alimentare.

Le prime luci dell’alba colpivano radenti le foglie del canneto che delimitava la spiaggia quando Gaetano ‘a Bisuogna e Salvatore ‘o Luongo saltarono giù dal gozzo la cui prua si era dolcemente arenata sulla battigia. Con mosse rapide e sicure armarono un paranco e in men che non si dica, con consumata abilità e con notevole forza fisica e l’aiuto di falanghe molto bene ‘nzevate tirarono a secco la Madonna dell’Arco fino al canneto, che la inghiottì celandola alla vista di chiunque non avesse un occhio particolarmente acuto.

Una cosa Maria , la moglie di Giosuè, era riuscita ad ottenere: la destinazione non sarebbe stata la costa Flegrea, lontana e troppo esposta ai bombardamenti, ma la vicina e meno pericolosa costa pontina, più precisamente la spiaggia a sud di San Felice Circeo.

Ed era lì che i nostri erano arrivati.

Le poche cose di valore che c’erano sul gozzo, tra cui due preziose latte di nafta, furono accuratamente nascoste, interrandole in un luogo poco distante e facilmente riconoscibile per via di un grosso albero di gelso che sorgeva nei pressi.

A Salvatore fu dato il compito di rimanere nei paraggi per tener d’occhio la barca.

Giosuè e Gaetano si avviarono verso l’abitato di San Felice dove avevano riferimenti di persone amiche. Da lì si sarebbero inoltrati verso le fertile piana di Fondi produttrice di ogni bendidio.

Lì sarebbe stato possibile acquistare cibarie da portare a Ponza, dove ormai si mangiava solo pesce bollito senza olio.

Man mano che acquistavano derrate le portavano a piedi o con mezzi di fortuna verso la barca. Salvatore vigilava la barca e la merce e Giosuè e Gaetano facevano la spola tra la spiaggia e le masserie.

Nel giro di pochi giorni il carico era quasi completato.

*  *  *

In quei primi giorni di settembre l’aria era ancora calda, l’estate continuava… già continuava come la guerra “a fianco dell’alleato tedesco” aveva detto la radio quaranta giorni prima.

La gente a Ponza stava seduta fuori gli usci delle case alla ricerca di un po’ di fresco. All’improvviso due aerei con la croce germanica, a bassa quota, sfrecciarono sopra il porto. Aprirono il fuoco con brevi raffiche di mitraglia che si spiaccicarono sui muri delle case.

Tutti si rifugiarono in casa. Tutti si chiedevano, tutti si interrogavano: …Perché l’alleato tedesco ci ha fatto questo??… Quasi nessuno aveva ascoltato la radio quell’ 8 set­tembre 1943.

*  *  *

FINE PARTE 1   – continua domani