L’estate a Ventotene - Ass. Cala Felci

L’estate a Ventotene

di Adriano Madonna

 

Ricordo di un assaggio d’estate in una delle isole più belle del Mediterraneo, con il piacere di immergersi con un grande diving.

“Era grande così”, si affannava a spiegare il subacqueo che era sceso emozionatissimo dall’Italia con la muta addosso, “ma, che dico, più grande! Come quel tavolo, e aveva una specie di filacce come alghe tutt’intorno alla testa piatta… Non avevo mai visto prima una rana pescatrice!”

Sono state queste le prime parole che ho sentito quando sono arrivato, un giorno di tanti anni fa, davanti al Diving World Ventotene. Dario e Valentina ascoltavano sorridenti le parole accorate del subacqueo, che, finalmente, aveva visto la sua prima rana pescatrice. Io, invece, a quelle parole, sono andato con i miei ricordi alla rana che incontrai proprio là, a Santo Stefano, sul fondo di Molo 4, un lontano 1° maggio: la rana più bella e più grande che abbia mai visto: una vera portaerei!

 

Valentina Lombardi

e

Dario Santomauro

Era iniziata così quella estate a Ventotene, con il traghetto pieno di persone e cose che fa la spola tra il continente e quell’isola raccolta e minuta come una bomboniera. Intorno, mare, tanto mare, azzurro, trasparente, e poi i punti più belli dove andare a infilarsi sott’acqua: alcuni al piede di magnifiche pareti gialle di astroidi, altri in mezzo al mare, dove solo chi è esperto di queste acque conosce, come quel punto al largo di Punta Eolo, dove c’è il relitto del Santa Lucia.

E se poi vogliamo andare a toccare con mano il fenomeno della tropicalizzazione, di cui tanto si parla, alla Molara c’è un banco superbo di barracuda, fenomeno prettamente estivo, infatti, quando giunsi a Ventotene, Dario mi informò che il banco ancora non si era ricostituito, ma di tanto in tanto, un po’ qua e un po’ là, si vedevano i nuovi nati: piccoli barracuda lunghi un palmo, ma presto si sarebbero riuniti a quelli grandi e sarebbe ricominciata la processione d’argento sulla Secca della Molara.

A Ventotene c’era già aria d’estate, che nei porti del nostro Mediterraneo s’annuncia sempre con un odore di pittura  che pervade l’aria: pescatori, noleggiatori e diportisti si danno da fare per mettere a posto la barca e vivere una nuova estate, perché, per fortuna, nei nostri porti più caratteristici qualche barca di legno ancora esiste!

S. Stefano Molo 4, che passione!

 

 

 

 

 

 

 Isola di Santo Stefano

Sarà stato il racconto del subacqueo che aveva visto la rana pescatrice, sarà stato il ricordo di quella che avevo visto e fotografato tanti anni fa a Molo 4, fatto sta che quando Valentina chiese se volevo partecipare anch’io a una discesa a Molo 4, accettai con entusiasmo.

Conoscendo bene il punto, comunque, avrei sorpassato a volo d’uccello i grandi massi delle quote meno profonde per raggiungere subito il sedimento a 40 metri e più di profondità.

I fondali sedimentosi di Santo Stefano, infatti, per certi aspetti simili a quelli dell’Isola del Giglio, sono tra i più interessanti che abbia visto in Mediterraneo. Sarebbe il caso di farli oggetto di uno studio accurato: una cosa che certamente farò, prima o poi.

Mi lasciai dietro le pinne, dunque, i massi ciclopici colorati di astroidi e scivolai verso il profondo. Nella penombra e nell’acqua tersa, come un aereo che si libra in liquidi spazi, infine atterrai sul sedimento chiaro di granulometria grossa. Di tanto in tanto, qualche scoglio isolato, qua e là, e a ogni scoglio una sorpresa, qualcosa da fotografare, magari qualcosa di comune, ma per certi aspetti, come accade nel mare di Ventotene, sempre eccezionale. Ad esempio, grandissime arborescenze di corna d’alce, la Pentapora fascialis, come difficilmente se ne vedono altrove. E poi, una proliferazione di rose di mare (Retepora cellulosa): mai, come allora vidi tante rose di mare a Ventotene. Sul fondo di Molo 4 ce ne sono in quantità straordinaria: sono dappertutto, anche ancorate ai corti fusti della posidonia, subito prima che le foglie si aprano a ventaglio, secondo quel disegno noto come “fillotassi distica”.

Mi guardavo intorno e speravo: cercavo la rana. Sì, il posto era quello, quello di tanti anni fa, quando avevo visto “il mostro” con la grande bocca leggermente aperta e l’illicio che gli pendeva davanti. La furbona faceva oscillare la sua esca cromocinetica nella speranza di attirare qualche pescetto e, invece, attrasse i lampi della mia macchina fotografica, finché, seccata, si sollevò come un’astronave e navigò verso quote più alte, soffermandosi, molle e pigra, su qualche scoglio, prima di riprendere “il cammino” per sfuggire al seccatore con il suo aggeggio tra le mani che sparava lampi di luce.

La rana non la trovai, ma… poco male! Vidi altre cose, anche uno dei cerianti più belli del Tirreno. Mi ricordò il “grande cerianto di Scilla” di tanti anni fa, che fotografai sulla Secca della Montagna.

Il cerianto che vidi sul fondo di Molo 4 aveva i tentacoli di un verde fosforescente, tentacoli lunghissimi, che la corrente pettinava come la fiamma di una candela accarezzata da un filo di brezza.

A zonzo tra i grandi massi

Poi, in risalita, per liberarmi di quell’eccesso di azoto (ero sceso a più di 40 metri), indugiai tra i massi ciclopici che fanno grandi anfratti, archi mozzafiato e “luminosi balconi”, dove branchi di salpe vanno a “pascolare”. C’erano tante medusine viola, la Pelagia noctiluca, uno dei celenterati più belli, infidi ed evanescenti che si possano incontrare nel nostro mare, e là, tra gli scogli immensi di Molo 4, ancora una volta ebbi occasione di  verificare che un competitore naturale della pelagia è la tanuta (Spondyliosoma cantharus).

Questo pesce, simile nell’aspetto al sarago, sbrana letteralmente la piccola medusa e se ne ciba, incurante, a quanto pare, dei venefici cnidociti. Avevo già avuto modo di osservare una sorta di assedio serrato alla Pelagia da parte di uno sparuto branco di tanute, sulla Secca di Scirocco, a Stromboli, una volta che fui ospite del mio grande amico Daniele Dallago, raro gentiluomo.

In men che non si dica, le tanute ridussero in brani tre o quattro pelagie, apparentemente… con grande gusto.

Credo che la presenza di pesce stia aumentando a Ventotene: se tanto mi dà tanto, tra poco, quando l’acqua si sarà riscaldata, il mare di Ventotene sarà ricchissimo di pinnuti. Al porto ho visto i patiti della grande traina preparare i ferri del mestiere: aspettano tutti le ricciole fuori Punta Eolo!

 

Il relitto del Santa Lucia

Il 24 luglio 1943, il traghetto Santa Lucia, che univa Gaeta con Ponza e Ventotene, fu affondato da un siluro lanciato da un aereo inglese e s’inabissò con tutto il suo carico umano di equipaggio e passeggeri. Si Salvarono solo due persone. Il Santa Lucia è una tomba in mezzo al mare, a nord-ovest al largo di Punta Eolo. Attualmente, i subacquei più esperti si immergono sul relitto, curiosi di andare a vedere la nave protagonista di quella dolorosa pagina di storia della seconda guerra mondiale.

Il relitto giace rovesciato sul fondo, spezzato in due tronconi, con la chiglia in su e la poppa coricata su una murata. In mezzo, dove il siluro è deflagrato, un gran groviglio di lamiere contorte. Il fondale è misto, di sabbia e morzate, e oscilla tra i 43 e i 46 metri di profondità.

Mentre attendevo alla redazione di questi scritti, durante una mia visita a Ventotene Dario Santomauro mi disse che lo scafo del Santa Lucia è collassato: la parte prodiera, a chiglia in su, è crollata, quindi le brevi penetrazioni nel relitto che i subacquei meno prudenti prima effettuavano, adesso sono in parte impossibili e in parte decisamente pericolose e non conviene assolutamente tentarle. In ogni caso, la parte del relitto più suggestiva è la poppa, con la battagliola ancora intatta e l’elica che spunta tra la sabbia e le strutture metalliche. Il relitto è coperto di fauna sessile bassa e colorata. È’ diventato un polo di attrazione per diverse forme di vita sottomarina, sia stanziale, come gronghi, corvine, qualche aragosta e banchi di anthias, sia pelagici: a volte si osservano passaggi veloci di palamite, ricciole e dentici.

Il relitto del Santa Lucia è un’immersione per subacquei esperti, sia per la profondità impegnativa sia, spesso, per la presenza di correnti. Per questi motivi, è bene effettuarla con l’assistenza di un diving center.

A un paio di centinaia di metri dal relitto del Santa Lucia nel 2003 fu trovata la caldaia della nave. La trovò casualmente Dario Santomauro, del Diving World Ventotene, mentre esplorava il fondale intorno al relitto. La caldaia ha una forma cilindrica e giace sul fondo contornata dai numerosi tubi e condotti dell’impianto di propulsione a vapore. E’abitata da gronghi e murene ed è costantemente avvolta da una nuvola di anthias. Si trova su un fondale con profondità oscillante fra i -42 e -46 metri.

 

Epilogo

Fu indimenticabile la mia giornata di mare a Ventotene, con Dario, Valentina e gli amici. Di sera fui invitato a cena da loro: vino, salame, frittatone da far girare la testa e una “angelica” pastasciutta partorita dal genio culinario di Ilaria, che presto aprirà un ristorante per veri intenditori: si chiamerà “Cose sfiziose” o qualcosa del genere e di certo si mangerà divinamente.

Le mie brevi sortite a Ventotene si concludono sempre allo stesso modo: c’è un grande traghetto che parte, una piccola isola che mi saluta, tanta gente che mi accompagna, un friccico di malinconia che si fa sentire, gli amici che mi chiedono “Quando torni?” e io che rispondo: “E che ne so?”

Ma Ventotene è là, dolcissima in attesa, e io, certo, proprio non la dimentico.

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